Le premesse delle “Parcelles” di Mathias Delplanque sono imponenti: concerti a tecnica mista di folktronica, elettroacustica, glitch, soundsculpting, distorsioni, campioni, percussioni etc. I risultati non ne sono sempre all’altezza.
La prima è una semplice elegia da camera; la seconda oppone echi funerei a riverberi liberi; l’ottava, vertice melodico, evoca gli chansonnier. In generale, la brevità di alcuni brani indica facilità d’ascolto o di sintesi. Si vedano in questo i suoni allucinati della “Parcelle 7”, gli spasmi irregolari e le voragini noise della “3”, il pattern quasi-ambient della “4”.
C’è relativamente poco perfezionismo, e un’aumentata dimensione d’affresco: il vero poemetto del caso è così “Parcelle 5”, a metà via tra musique concrete acquatica e dissonanze desertiche. La “Parcelle” più lunga, “10”, è invece deludente, un tappeto di percussioni e loop in sordina relativamente regolari (talvolta pure risonanze autoindulgenti).
Dopo Bidlo, Lena, Stensil, l’attività di conduttore d’orchestra (Floating Roots Orchestra, Missing Ensemble, A.M.R.) e dozzine di collaborazioni parallele, il musicista francese opta per i suoi veri nome e cognome e per un soffio vitale che lo allontana di quel tanto dalle nature morte estetizzanti dei contemporanei, sempre sostenuto da un velo drone a dare eleganza alle composizioni. Non sempre è attivo o reattivo, anzi, talvolta è di un’inerzia furbamente altisonante. Tutte le “Parcelle” sono liberamente desunte dalle ultime due tracce di “Le Pavillon Témoin” (Low Empedance, 2007), una sorta di rarissimo musical electro-acustico, il suo capolavoro.