The Seven Fields of Aphelion è il progetto solista di Maureen Boyle, membro dei Black Moth Super Rainbow.
Diversamente dalla neo-psichedelia virata pop di quest’ultimi, in “Periphery” Maureen armeggia con piano e synth
vintage per creare deliziosi
soundscape al confine tra
modern-classical e cosmica di ritorno. Un lavoro che gli
aficionados di certe sonorità apprezzeranno molto, sicuramente molto più di quanti, invece, sono costantemente alla ricerca di lavori, non dico originali, ma quantomeno personali.
“Periphery”, infatti, se ammalia dopo un paio di ascolti, finisce per stancare man mano che si cerca di penetrare a fondo i suoi piccoli (scontati?) segreti. Gli acquerelli malinconici di “Grown” e “Lake Feet”, per dire, rintracciato il solco che mette in comunione di intenti George Winston e Michael Jones, si dimenticano presto, anche se sono costruiti con gusto e si lasciano apprezzare senza molti sforzi.
Disco “autunnale”, “Periphery” troverà, dunque, terreno fertile nell’investigazione della nostalgia, lì dove i ricordi appaiono più forti che mai, quasi fossero proiezioni inesauste sul corpo sfuggente dell’anima. La
grandeur di queste composizioni sarà, allora, sempre controllata, solcata da fasci sintetici (“Michigan Icarus”), da riverberi che s’inseguono tra campi sterminati (“Slow Subtraction”), tra puntillismi (“Wildflower Wood”) e tremolii nebbiosi (“Cloud Forest (The Little Ow)”, fino alle sommesse inquietudini di “Pale Prophecy” e ai vortici fantascientifici di “Starlight Acquatic” e “Saturation: Arrhythmia” (quest'ultimo, il momento più interessante in assoluto)
Fatevi un giro da queste parti se volete crogiolarvi un po’ nelle vostre piccole disperazioni.