Onestamente, non crediamo che sia un caso se la copertina del debutto di Becky Lee ricordi un po' certe foto di
Siouxie Sioux e un po' altre immagini di Exene Cervenka degli
X. Manca solo un accenno ai
Cramps dell'accoppiata Lux Interior e Poison Ivy Rorschach e poi il cerchio sarebbe chiuso. Becky Lee Walters, questo il suo nome completo, è nata a Tempe, in Arizona, ma ha vissuto a lungo a Melbourne, in Australia e adesso pare che stia spesso addirittura in Svizzera. Ha una deliziosa faccia da schiaffi che qualcuno ha accostato a quella di
Courtney Love, ma la vicinanza è soprattutto estetica, visto che Becky nutre una passione sconfinata per il rock'n'roll più abietto, urlato e ululato. Si dice poi che ami vivere nel deserto e che ami bere più whiskey che cocktail con l'ombrellino, così che la distanza con la mondana e modaiola Courtney possa essere ancora più netta e marcata.
Da sempre nomade, abbiamo detto, Becky Lee vivrebbe da un paio d'anni a Berna. Cosa ci stia a fare una come lei lì, resta un mistero. Specialmente se si conta la sua sempiterna passione per i concerti, sia fatti che visti, intesi come punto focale della propria arte, laddove le esibizioni dal vivo non sono proprio inseriti tra le specialità nazionali. Ma vai anche a capire cosa può passare per la testa a una tipa così, così confusa, complessa e stimolante. In grado di coordinare il rock and roll più degenerato e caotico (come accade con l'iniziale “Lies” e le successive “The Traks” e “Killer Mouse”) con cinque interminabili minuti (“One More Time”) di nenia blues con fantastici accenni
roots; buttandoci del mezzo magari del r'n'b come lo potrebbe intendere Screamin' Jay Hawkins se al posto dell'osso al naso avesse avuto le tette (“Man Like You”) oppure del
surf più melodico(nel caso di “Hips Kids”) o ancora il garage dalle tinte post-punk (“Shoot Em Down”). Il tutto, con un immaginario estetico che, soprattutto nel suo primo videoclip, ricorda i misconosciuti
new waver Berlin e
Lydia Lunch.
Ovviamente nella lotta dei confronti vengono in mente anche gruppi più moderni e meno ingombranti. Ma il punto nodale dell'analisi è quanto Becky Lee sia onestamente un'artista rock'n'roll e non stia cercando di raggiungere la notorietà di
The Kills o
White Stripes, nonostante l'indubbio fascino dello stesso scarno accompagnamento. Ci vengono in mente anche loro, naturalmente, sarà anche per una certa assonanza alle parti alte di
Jack White, ma metterli sullo stesso piano sarebbe una cosa poco delicata per entrambi. A proposito dei Kills, poi: pur mettendoci in mezzo anche certe similitudini ad arricchire l'affresco l'elettrico (“Secrets And Lies”) di questo “Hello Black Halo”, il risultato è nettamente differente; meno sessuale e più musicale. Fosse anche solo perché i primi sono in coppia e lei sola soletta.
Ci rendiamo conto che la proposta musicale complessiva contenuta in questo disco potrà essere considerata anche il primo limite di Becky Lee, in un mercato che premia sempre di più gli esperimenti e le contaminazioni, soprattutto quando vengono asservite a un'idea ormai un po' stantia di rock'n'roll. Ma è altresì ovvio che a noi va bene così: Becky Lee sembra essere, tra le signorine in giro dedite a questo genere, fra le più pure e veramente interessate alla materia.