Mentre lo scorso Natale ci si preparava alla maratona culinaria, nei dintorni di Londra (uggiosi e fuligginosi come nella parte più oscura del “Canto” Dickens-iano, a sentire la partenza “On A Dark Black Ocean”) vedeva la luce un compendio musicale più unico che raro: “Music From The Monks Kitchen”.
E si tratta infatti di un distillato magico dei cui ingredienti si sono perse le tracce, diciotto brani che spaziano dal folk anni 60 di
Simon And Garfunkel (“III Legged Dog”, "The Raven"), dialogando continuamente con estemporanee escursioni in altri territori, ad esempio indie-pop (“Bluebird”).
Ci sono canzoni
Kinks-iane come “I Wanna Go”, southern-country alla
Calexico come “Anyhow”: una serie di gemme da esplorare e da trattenere prima che scompaiano, dato che fanno spesso capolino nello spazio di poco più di un minuto (lo psych-folk di “O’ Melancholy”, il country melodioso di “Tired Eyes”).
Album estremamente suggestivo ma sempre sfuggente, dalle impressioni sia gotiche (spunta anche Poe in “The Raven”) che più direttamente chamber-folk (l’escursione bluegrass di “Dark Ramble”, il latineggiare di “Hollow Of The Night”).
Prima e forse più riconosciuta pubblicazione dopo uno iato di sei anni, “Music From The Monks Kitchen” spicca in un genere, quello del chamber-folk (semi)strumentale, nel quale è facile cadere nel canone e lasciarsi trasportare. Sia per la sintesi estrema del disco che per il suo carattere variegato (mettiamo anche il
crooner-folk alla
Johnny Cash di “Red & Gold”), il pericolo è ampiamente scampato.