Approfondimenti

Concerto dal balconcino

Il mini-live che ha stregato Torino

di Federico Torre
Nell’ambito dell’iniziativa intrapresa da tanti, in questi giorni drammatici, di suonare alle finestre per “farsi sentire”, le maggiori testate e emittenti nazionali hanno parlato della vicenda del Concertino dal Balconcino di Torino, come esempio di musica spontanea, di arte che accade. Ogni domenica da ormai otto anni, dalle ore 17 alle 18, il cortile di Via Mercanti 3, proprio nel quadrilatero del centro storico di Torino, si riempie di gente, e Daria Spada e Maksim Cristan si sporgono dal balcone di casa propria per dare vita a un vero e proprio happening, una performance unica, in cui oltre ai brani di “punk lirico” del loro repertorio, vengono ospitati altri artisti, provenienti dall’underground torinese e non solo, che su quel balcone si esibiscono in esibizioni teatrali, in letture di poesie o in altri numeri. Una cosa semplice che è diventata grande, come un’onda, che porta con sé, in quel semplice gesto di affacciarsi dal balcone e cantare, la potenza della musica che deborda, che non sta nei margini. Mettere la lirica sul rock è il progetto, con la voce di Daria Spada che sbatte sui muri e le finestre degli altri condomini, facendosi accompagnare ogni santa domenica dalla chitarra e dall’ironia di Maksim Cristan.
C’è qualcosa di incontrollabile e di libero, oltre che di affascinante, tanto che la città di Torino ne è rimasta sedotta ma anche spaventata. E così immancabilmente è arrivato un esposto da parte dell’ex amministratore di condominio, che a sua volta ha innescato un processo per disturbo alla quiete pubblica, senza parti civili, in cui Daria e Maksim si sono buttati volentieri perché sentono di portare avanti una crociata carica di un significato civile. Del resto c’è una questione delicata in ballo, perché si tocca il tema della libertà di espressione, la quale ovviamente deve svolgersi nel rispetto della “quiete pubblica”, ma deve essere anche capace di non farsi incanalare sempre e per forza nei percorsi ufficiali stabiliti dallo show-business.
Così dalla loro vicenda giudiziaria e dalla loro iniziativa, peraltro con risvolti sociali interessantissimi visto che ad assistere al Concertino dal Balconcino ci sono spesso famiglie e non soltanto il pubblico da centri sociali che ci si aspetterebbe, e comunque non soltanto un pubblico giovanile, emerge la figura di due artisti complessi, capaci di andare al nocciolo e recuperare il senso primigenio del fare arte, oltre le singole performance, di arrivare all’essenza, alla musica quando smuove, e non la puoi contenere, e non sta dove la metti, e bussa. Come direbbe Bob Dylan. Con uno spirito rivoluzionario connaturato come sempre dovrebbe essere il rock.

Daria, mi racconti la storia del balconcino?
È nato tutto spontaneamente, perché subito quando ci siamo trasferiti dalla Puglia ci è venuto così, in maniera naturale, pensare di esibirci per una mezz’ora dal nostro balcone di casa, ogni domenica, per farci conoscere dai nostri condòmini. Poi la cosa ha preso piede, soprattutto grazie alla fitta rete di artisti, poeti, musicisti che ci sono a Torino, e cosi questo mini-evento casalingo si è arricchito di altri contributi e soprattutto di tanta gente che ogni domenica dalle 17 alle 18 anima, rende vivo e rifunzionalizza il nostro cortile. Per questo il Concertino dal Balconcino ha una bellissima storia, fatta di persone, oltre al fatto che ha ottenuto tanti riconoscimenti. Ma ha anche una storia giudiziaria, dal momento che io e Maksim siamo imputati presso il Tribunale di Torino in una causa penale che ci vede chiamati in causa per disturbo alla quiete pubblica secondo l’art.696 del codice penale.

Del vostro progetto mi piace il fatto che la musica deborda, non sta negli schemi, va oltre il concetto di incisione discografica, diventando avvenimento, occasione d’incontro. Oltre la musica. La sua dimensione di happening è un progetto che avevate chiaro fin dall’inizio o è qualcosa che è cresciuto e vi siete trovati fra le mani?
Il fatto di mettere insieme musica e happening, come tu lo definisci, ovvero la vita sociale, ma anche quello che un artista spera di meglio per sé - cioè l’avere qualcuno che lo ascolti e che magari lo applauda - non è che ce lo siamo trovati fra le mani, ma lo abbiamo costruito, perché ci abbiamo creduto, come fosse una cosa in assoluto bella, e quindi come tutte le cose belle doveva avere per forza uno sbocco positivo, che poi è quello che è stato. Insomma, ci abbiamo creduto e l’abbiamo costruito col tempo.

Daria Spada - Maksim Cristan Che cosa succede nel cortile quando suonate?
All’inizio per un quarto d’ora, prima che si apra il portone, passa una radio dal nostro citofono di casa. E la gente sta in strada ad ascoltarla. Si chiama “Radio citofono”, ed è una nostra radio condominiale alla quale possono partecipare anche i vicini di casa naturalmente, dal loro citofono. Viene condotta da un antropologo ed è per il pubblico che inizia ad affluire nella via e ascolta appunto questa radio prima di entrare. Dopodiché all’entrata gli spettatori trovano due persone, Riccardo e Alberto, che sono due ragazzi nello spettro autistico, che si occupano qui al Balconcino di fare servizio d’ordine, quindi informano sul programma e su quello che sta avvenendo, smistano un po’ le persone, dicono loro di non accalcarsi, di lasciare le scale libere… Insomma quello che deve fare un servizio d’ordine, perché ci teniamo che il nostro avvenimento avvenga sempre nella piena cordialità. Del resto, il fatto che ci sia un’associazione come l’Angsa (Associazione nazionale genitori soggetti autistici) che collabora col Balconcino significa che in questi anni abbiamo prodotto una situazione sicura. Pur essendo, se vogliamo, ancora “semi illegale”, il nostro evento è assolutamente pacifico: non si è mai litigato o sentito spaccare una bottiglia nonostante il nostro cortile sia popolato da 200 o 300 persone ogni domenica e forse anche di più.

La vostra storia , il vostro connubio artistico fortissimo, mi ricorda quello fra Marina Abramovich e Ulay... Mi riferisco allo stare insieme in modo inscindibile e al mischiare la vita con l’espressione artistica. Una specie di giocare con la propria esistenza. “Essere”, prima ancora che esprimersi. Penso per esempio all’aver trasformato il vostro monolocale in un laboratorio artistico… Mettere in scena se stessi. Portare la vita sul palcoscenico, anzi sul balcone...
Beh, diciamo che vivere in un monolocale di 24 mq non è esattamente una scelta. Ci siamo trovati qui, e lo abbiamo amato, ecco, questo senz’altro, e amiamo ancora di più il nostro balcone. Certamente la nostra vita si intreccia con la musica, è vero, e con l’esperienza di convivenza, e del resto questa è la parte figa di tutto ciò, perché essere in due in questo mondo “spietato” è sempre meglio che essere da soli. Quindi alla fine due piccioni con una fava...

Cosa vi date a vicenda? Da cosa nasce l’idea del “punk lirico” che portate avanti col vostro gruppo MCCS ? Quali sono i vostri riferimenti?
Il punk lirico è proprio l’espressione di questo connubio, di questa voglia di condividere quello che si ha e quindi la nostra musica si compone di arrangiamenti punk e di parti liriche, così ci illudiamo di aver inventato un genere, che riesce ad accogliere una parte di pubblico molto estesa, diciamo dai salotti borghesi al pubblico di Vasco Rossi.

Suonare nel modo in cui lo fate voi è un gesto, che va oltre la semplice performance musicale. Il vostro allargare le braccia dal balcone trasmette libertà. Un gesto potente e incontrollabile che forse proprio per il senso di libertà che porta addirittura spaventa…
Sì, lo pensiamo anche noi che cantare dal balcone sia innanzitutto un atto di libertà , ed è stato così per noi e per tutti quelli che da qui hanno suonato e si sono esibiti. E tieni presente che in otto anni sono stati più di mille gli artisti che hanno calcato questo insolito palcoscenico. Del resto allo stesso modo pensiamo che anche il processo che stiamo subendo sia un attacco a una libertà. Il fatto che oggi in Italia, in questi momenti drammatici legati all’epidemia, si rivaluti quest’idea di condivisione anche a partire dal condominio, anche a partire dal proprio spazio oltre il quale non si può retrocedere, che è il balcone, lo dimostra. Per questo motivo, il tentativo di impedirci di fare una performance di solo un’ora, una volta a settimana, suona come la storia di un attacco alla libertà e questa è la nostra piccola battaglia. Battaglia piccola, ma anche grande nel suo risvolto simbolico, tanto che affrontiamo volentieri un processo per scoprire se nel nostro Stato e nella nostra città quello che facciamo è illegale o invece è una cosa condivisibile e positiva che accresce l’offerta culturale, ma soprattutto accresce le coscienze. E poi il gesto di suonare dal proprio balcone è anche una risposta semplice ma diretta a chi dice che mancano gli spazi oppure mancano i soldi... Io dico semplicemente: non mi verranno certo a dire che in Italia mancano i balconi!

In voi c’è questa voglia di mischiare i linguaggi, l’ospitare sul balcone poeti, artisti, giocolieri, della città di Torino e non solo, come se in testa al vostro progetto non ci fosse soltanto la musica ma l’importanza data alla dimensione umana, alla condivisione, al fermento culturale… Chi è passato sul vostro balcone?
Sul nostro balcone sono passati tanti e valorosi artisti. Alcuni molto spesso, come Carlo Molinaro, poeta e Premio Montale, altri sono venuti dall’estero come i Kara Gunes da Instabul, e altri ancora che sono molto più bravi di noi, come il poeta Guido Catalano, o Laura Curino, attrice e direttrice del teatro Giacosa di Ivrea, e non ultimo Moni Ovadia, che qui dal balcone ha tenuto una specie di conferenza/lezione sul popolo palestinese. Pensiamo infatti che sia fondamentale oggi, come artisti, capire qual è il nostro ruolo e dove si può essere incisivi. In questo senso, il nostro è stato un bell’esperimento e speriamo che si possa continuare, anche finita la quarantena, perché dà modo di intrecciare delle voci, anche di piccole associazioni, e non solo di artisti, che si trovano a parlare a un pubblico vero. A questo proposito, tutti gli Arci ci invidiano, perché la domenica pomeriggio il nostro cortile si riempie di persone veramente interessate, anche grazie alla qualità della proposta culturale che abbiamo creato, in un luogo in cui non squilla un cellulare, in cui le persone ascoltano realmente quello che avviene sul palco, per cui noi pensiamo che possa definirsi a pieno titolo un esperimento riuscito.

In alcuni momenti, durante gli anni, il balconcino non è stato soltanto un palco, ma un luogo libero che ha ospitato persone e ha dato voce a minoranze anche della città di Torino che altrimenti non avrebbero potuto esprimersi. Mi raccontate qualche momento significativo?
Noi siamo onorati quando la società civile ci riconosce. Momenti significativi ce ne sono stati parecchi. Penso a quando sono venuti i Mau Mau, oppure diverse associazioni, come i ragazzi dell’associazione universitaria Bds Palestina, o quando sono venuti i rappresentanti dell’associazione Kurdistan. E poi c’è da dire che il pubblico si è abituato a un’offerta culturale di un certo livello, anche da un punto di vista musicale, nel senso che qui non vengono fatte cover e non si esibiscono certo i gruppi classici, in quanto cerchiamo di dare voce a persone che hanno qualcosa di originale da portare.

Ci sono sviluppi rispetto al processo giudiziario che avete in corso?
Per quanto riguarda il processo siamo alla nona udienza… e la prossima udienza che era prevista a fine marzo è stata sospesa a causa dell’epidemia e rimandata al ritorno alla normalità. In ogni caso il processo non si ferma, va avanti. In particolare, quello che accadrà nella prossima udienza, essendo ormai finiti i testimoni, sarà che toccherà a noi rilasciare le nostre dichiarazioni spontanee ed essere interrogati dal giudice. Dopodiché ci sarà la sentenza. Direi quindi che non ci sono risvolti in questo preciso momento, a parte il fatto che siamo ovviamente felici di come si stanno svolgendo le cose. Tra i nostri testimoni ci sono stati i rappresentanti della cultura e anche vicini di casa. E dalle loro testimonianze e da quello che è emerso possiamo dire che abbiamo delle ottime speranze di essere assolti!
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