Hex Enduction Hour, la liturgia purificatrice della bruttezza

21-11-2025

This is the home of the vain!
This is the home of the vain!

“Hex”, dalla radice greca per il numero sei: sesto album. “Enduction”, storpiatura di “induction”, cioè iniziazione. Evoca la stregoneria – “Live At The Witch Trial” era il titolo del primo disco dei Fall, ma qui la strega non arde sul fuoco, è a briglia sciolta e lancia il suo malocchio. “Hour”, un’ora. La durata del rito di iniziazione, a base di una melma rancida purificatrice. La migliore consacrazione al sacerdozio dei Fall.

Per un qualche paradosso, The Fall si sono formati per davvero solo dopo che tutti i membri originali, tranne l’urlatore e dittatore incattivito Mark E. Smith, se ne furono andati. Nella primavera del ‘79 il chitarrista Martin Bramah lasciò e fece spazio al mancino Craig Scanlon. Al basso arrivò Steve Hanley, che per diciannove anni sarebbe stato responsabile degli incantesimi della band quanto Smith. Marc Riley si innestò su un’altra chitarra e le tastiere. Il trio Hanley-Riley-Scanlon formò il nucleo che produsse in tre anni e mezzo alcune gemme di innovazione: quattro Lp in studio e tre dal vivo, un Ep e diversi singoli.
L’elemento cruciale di “Hex” è la presenza di due batteristi. La storia va così: Karl Burns se ne va subito dopo la registrazione del debutto a fine 1978. Mike Leigh lo sostituisce ma lascia meno di un anno dopo. Spazio al fratello sedicenne di Steve Hanley, Paul. Alla fine del 1981, Burns torna e monta il suo set accanto a quello di Paul, una configurazione che sarebbe durata tre anni.

Prima, però, The Fall fecero un breve tour in Islanda. Il paesaggio alieno del paese nordico ebbe una grossa influenza sulla band inglese. Due brani (senza Burns) furono registrati lì. “Hip Priest”, otto minuti di costruzione senza accordi dà spettacolo tra l’erotico e il macabro con risvolti orgiastici; è ben nota anche per il suo uso nel film “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme.
Un altro brano, “Iceland”, apparentemente improvvisato sul momento, suona come nient’altro. Un’improvvisazione che si regge su un semplice motivo di due note al pianoforte di Scanlon, pizzicate minimali di banjo di Riley, interventi sottili dei fratelli Hanley su basso e batteria, e Smith che aggiunge qua e là qualche chitarra. Il brano è sublime, pensoso, e in crescendo. L’isola verde di prati e nera di vulcani e campi di lava ispirò reverenza a Smith, che recita versi come “Cast the runes against your own soul [...] And be humbled in Iceland”.

The Fall - Hex Enduction Hour


Alcune parti di “Hex Enduction Hour” non furono registrate in studio, ma dal vivo su un palco in un teatro trasformato in locale per concerti, il The Regal, mezz’ora a nord di Londra. I set dei batteristi erano disposti uno di fronte all’altro, mentre gli altri tre musicisti suonavano tra di loro e Smith registrava le voci da una stanza al piano di sopra. Questo ambiente ha generato la potenza incendiaria di alcuni pezzi.
In “Jawbone And The Air Rifle” Smith racconta la storia assurda di un cacciatore di conigli sfortunato, che cerca prede brandendo il fucile ad aria compressa tra le tombe di un cimitero. Il riff è implacabile, e se nelle strofe il cantato è quasi uno Sprechgesang, nel ritornello c’è un totale cambio di passo e la melodia sembra un carillon sinistro. Nel medley “Fortress/Deer Park” la chitarra si rincorre da sola e poi si straccia e spezza in angoli acutissimi. Sullo sfondo il drone oscillante dell’organo di Riley, in cui sembra di sentire la viola elettrica di John Cale.

I dieci minuti di “And This Day” sono probabilmente l’assalto bellico più sanguinario che i Fall abbiano mai inciso. Assecondati da un riff d’organo da Halloween, i batteristi sembrano danzare a passo di marcia attorno ai loro set come soldatini di piombo presi da un tribalismo primitivo. Il basso è convulso e contorto e abbandona qualsiasi tentativo di intessere una melodia orecchiabile. Non ci sono parole piacevoli per descriverlo, eppure è esaltante – eccone una. Smith fatica a imporsi sopra al resto: “The surroundings are screaming on the roads/ So you even mistrust your own feelings”. Nel libro sulla realizzazione di “Hex”, “Have A Bleedin Guess”, Paul Hanley scrive: “Lo stavamo letteralmente inventando man mano… continuavamo a picchiare su quel singolo riff come se la nostra vita ne dipendesse”. Scanlon considerava il pezzo “uno strumento per colpire il pubblico”.
“Winter” è basata su una singola nota tenuta ferma dal basso di Hanley, mentre le tastiere di Riley vagano libere, impressionistiche. Scanlon inciampa in frammenti melodici affilati. Smith pronuncia versi che parlano di un bambino pazzo che sembra essersi reincarnato nelle fattezze di un alcolizzato: “He seemed the young one/ But now he looked like the victim of a pogrom”.
L’esperimento più bello è “Who Makes The Nazis?”, un brano nato da un riff che Smith suonava su una chitarra di plastica, poi trasformato nel basso nervoso di Hanley. La cassa è martellante, le chitarre sono punteruoli e il brano cresce ancora e ancora, ma in modo così sottile che non ci si fa caso. Nel frattempo, Smith continua a chiedersi da dove venga partorita l’ignoranza, il disprezzo e la violenza disumana – i Nazis, “razza dalle lunghe corna”. Tra le risposte, alcune sono decifrabili, altre metafisiche.



Ma se si dovesse scegliere una canzone che rappresenta al meglio i Fall, “The Classical”, l’apertura del disco, sarebbe tra le candidate. Il pestaggio incrociato delle due percussioni, poi la chitarra che frantuma l’aria quasi a farne schegge; una fanfara che, appena iniziata, comincia già a disfarsi. Gioca con il proprio decadimento, si sfilaccia ai bordi, trascinando nell’incertezza anche se avanza inesorabile. Smith più che un cantante, è una voce: sputa una serie di libere associazioni (“There is no culture is my brag/ Your taste for bullshit reveals a lust for a home of office”) con un ghigno punk. Il frontman si muove nel linguaggio come un comico affabulatore, mischia i registri o passa con scioltezza e rapidità da uno all’altro, lasciando produrre ad esso le aberrazioni di cui è capace – “Perverted By Language”. I testi sono cut-up cupi che non quadrano mai del tutto ma hanno sempre senso, e vanno al punto.
Una delle prime frasi è tristemente celebre e controversa perché usa la n-word: “Where are the obligatory n*****s?”. L’insulto viene eliminato dalle versioni dal vivo successive, anche se è limpido che venga usato in modo satirico. Per l’intero brano Smith impersona un insopportabile, becero produttore o regista che tratta a pesci in faccia la gente con cui lavora. La frase incriminata lo immagina a guardarsi attorno mentre cerca gli afroamericani che devono essere inseriti di necessità nel film, per ossequio del politically correct, diremmo oggi. Pochi secondi dopo Smith trasforma “hey there fuckface!” in un’esultanza gioiosa e sembra compiacersi della bruttezza del mondo.

Tutta questa bruttezza potrebbe rendere The Fall inascoltabili. Già ci si sente in ansia, perché peggiorare le cose? Ma la bruttezza, nostro malgrado, spesso ci rivela molto più di quanto faccia la bellezza. La musica dei Fall è straziante perché si dà un compito titanico: cerca di spingere la bruttezza fino al punto di rottura, per poi attraversarla, fare il giro e uscirne dall’altro lato. Nessun conforto. Richiede di provare vero terrore. Ma la svolta arriva. “The Classical” culmina con Smith che declama: “I’ve never felt better in my life”. Il riff si fa insolitamente melodico, quasi da suonare ridicolo rispetto al resto. La sensazione che conferisce è quella dell’assurdità del trionfo, una vittoria ottenuta su qualcosa che aveva ogni probabilità di annientarci.
Mark E. Smith, nonostante il sarcasmo e il cinismo che gli consuma la faccia, non appare mai rassegnato. Il nome The Fall – riferimento al romanzo di Camus – richiama il Peccato Originale, un verdetto di condanna, o il declino della civiltà. Eppure la caduta in questione non è un destino inevitabile, ma un monito. Proprio quando sembrano sul punto di collassare o marcire, i Fall in realtà ci stanno per tirare via dal baratro. In rari momenti, la loro musica si capovolge del tutto e sprigiona una strana forma di ottimismo. La fiducia nel barlume che ogni individuo può riconoscere. Hey there, fuckface!

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