Julia Wolfe

Anthracite Fields

2015 (Cantaloupe Music) | chamber-music, post-minimalism

“Anthracite Fields” è un oratorio dedicato alla storia dei minatori che lavorarono nelle miniere di carbone della Pennsylvania a partire dal 1830. Con questa opera divisa in cinque movimenti, scritta per coro ed ensemble da camera, Julia Wolfe si è anche aggiudicata il premio Pulitzer per la musica. Ma andiamo per ordine.

Il primo movimento, “Foundation”, si apre con uno scenario claustrofobico in cui il suono sembra provenire da profondità ancestrali (“Quello che ho fatto è stato creare un mondo sonoro che suona molto profondo e basso, risonante. Così, Robert Black suona il fondo del contrabbasso e Mark Stewart armeggia con qualcosa di simile a una frusta da cucina sulla sua chitarra elettrica, per creare questo suono riverberante e molto basso”, ha dichiarato la compositrice in una recente intervista). Improvvise lacerazioni tonali scuotono i droni orchestrali, lasciando spazio all'intreccio delle voci, che iniziano a recitare i nomi di alcuni morti nelle miniere, stratificando sillabe e variazioni armoniche, mentre gli archi disegnano linee geometriche in un preciso susseguirsi di pennellate strumentali.
E’ un tormentato omaggio a uomini distrutti nel fisico e nella psiche da un lavoro durissimo, un raggelante continuum di vocalizzi sospesi tra paradiso e inferno, con il climax liberatorio del quattordicesimo minuto, che trasforma la processione in un alternarsi di “piano” e “forte”, con picchi liturgici e un’improvvisa caduta nel silenzio assoluto, rotto da lontani sibili che assomigliano a flebili fiammelle in una valle sconfinatamente buia.

Dedicato ai “breaker boys" (i bambini che, nelle miniere di carbone, avevano il compito, a mani nude, di rompere il minerale per selezionarlo e separarlo dalle impurità), il secondo movimento (costruito sulla falsariga di una canzone per bambini, “Mickey Picked Slate”, e un’intervista con un vero “breaker boy”, Anthony Slick) è più dinamico e scorre tra scossoni minimalisti, cluster pianistici, ruvide accumulazioni jazz-rock, mostrando l’altra faccia della compositrice americana, quella innamorata della popular music (intorno al decimo minuto, si ascolta una vera e propria progressione rock). Resistono, comunque, i toni solenni e meditativi, come dimostra il lugubre corale che occupa la parte centrale.
In “Speech” viene ripescato un vecchio discorso di John L. Lewis, che lavorò duramente per migliorare le condizioni dei minatori. In questi sei minuti e mezzo, assistiamo alla costruzione sonora di quello che potrebbe essere, a posteriori, un inno dei minatori, con tanto di tamburi marziali e coda all’unisono su un “I believe” ripetuto ad oltanza.

Più lirica, quasi bucolica, “Flowers" apre con tenui voci femminili e arpeggi chitarristici, volgendosi, quindi, su immaginifiche lande cameristiche, in un profluvio di colori e memorie. La conclusiva "Appliances" omaggia direttamente il carbone, considerato una fonte di energia fondamentale per il progresso degli Stati Uniti d’America. Questi ultimi dodici minuti ritornano ai fraseggi drammatici del primo movimento, presentandoci una frastagliata successione di suoni, in un vorticoso crescendo di tensione che si stempera in requiem.

(23/12/2015)

  • Tracklist
  1. Foundation     
  2. Breaker Boys
  3. Speech
  4. Flowers
  5. Appliance
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