Residual Echoes è il progetto di Adam Payne, compagno di viaggio dei
Comets On Fire fin dai tempi della loro formazione. Le atmosfere presenti nell'album riportano alle allucinazioni catartiche e alle lunghe devastazioni free-form del secondo disco dei Comets On Fire, sebbene in modo vagamente più tradizionale, lisergico, atmosferico; più arcaicamente spacey e meno attento al groove materico della sezione ritmica.
I due brani iniziali (due colossi di circa 12 minuti l'uno), quali "Slant" e "Diamond Drops", sono gemme di montaggio sonoro, forti di iperdistorsioni al calor bianco, collage di found sound - nella miglior tradizione del "1982"
Hendrix-iano -, e di colossali jam rumoristiche. "Slant" procede dal marasma di pulsazioni electro in libera giustapposizione, come orchestra che accorda gi strumenti prima del concerto, verso una batteria tribale e apocalittica, riff anthemici e voce filtrata, fino a sprofondare in regioni ad altissima instabilità armonica, cacofonie e detonazioni della linea ritmica.
"Diamond Drops" attacca con un concertino di chitarre acustiche scordate e dissonanti. Una nuova progressione lisergica fa scaturire il
feedback sardonico, che dapprima sconvolge i ruoli (le chitarre distorte in primo piano e l'acustica su corda acuta a contrappuntare), quindi si fa avvolgere da un imponente crescendo di colate laviche a velocità elevata, e in sormonto continuo. Alla fine dell'alluvione, non rimane che un collage astratto che culmina con una fisarmonica straniante, mentre il feedback continua a dronare dagli inferi.
Il resto del disco si assesta su livelli più accessibili ("Fish Don't Swim", con chitarre velenose e nuove manipolazioni stereofoniche, "This Is Not A Start" e "A Start 1 & 2", sorta di hardcore terremotato dalle false partenze strumentali), ma con "A Stardt 3 And 3 And A Half" siamo di nuovo dalle parti dell'affresco rumorista para-zappiano. Si comincia con un riff di chitarra borbottante che si limita a tenere ritmicamente il tempo, ma presto conati free-kraut creano una sorta di scampolo di jamming acido, funestato da eventi sonori terrificanti, a sviluppare nuovi scenari apocalittici, inscenare passerelle di morti violente (e successive rinascite), imbastire improvvisazioni collettive (spesso impostate Mingus-ianamente a partire dalle degenerazioni della batteria).
Con la supervisione di Ethan Miller e Ben Chasny, recuperati anche per i
live show, Adam Payne ("guitars, hollering, shitty bass, drum lessons, reeds, Korg MS 2000, fuzz, auto-harmonium, computer din and migraine"), ha composto, suonato e registrato una torbida compilation di devastazioni e di transizioni, di sviluppi inattesi, che parte dall'acid e dallo space e si arricchisce via via di eccessi sonori e di sagacia terrifica. Tolto l'anacronismo di torno, ma non è facile, rimane l'esorbitanza di un solido compositore in erba. Disco di gennaio 2005 per "
Head Heritage/Unsung", la webzine di
Julian Cope.