Fu il suo ultimo concerto. E lasciò una coda di polemiche destinata a durare per giorni. Insensate, in buona parte. Perché quel 13 agosto 1998, sul palco di Roccella Jonica, in Calabria, Fabrizio De André non fece altro che lanciare una delle sue consuete provocazioni. Era la tournée estiva di "Mi innamoravo di tutto" e quella data, ospitata nella cornice del Castello dei Carafa, sarebbe rimasta come la sua ultima esibizione dal vivo: Faber, infatti, sarebbe stato costretto a interrompere i concerti a causa della sua malattia e sarebbe venuto a mancare poco più di un anno dopo, l'11 gennaio 1999.
Nel corso della serata, davanti a oltre duemila spettatori, De André ritirò anche il premio “Miglior live d'autore dell’ anno”. E sul palco alternò i suoi brani a interventi pungenti e ironici, ribandendo ancora una volta il suo pensiero politico. Dopo una prima sequenza di canzoni, introdusse temi legati all’attualità: dagli immigrati alle occupazioni abusive, fino ad affondi diretti contro esponenti istituzionali. Il pubblico seguiva, partecipava, applaudiva. Poi il discorso si spostò sulla criminalità organizzata, proprio in un territorio segnato dalla presenza della ’Ndrangheta. Fu in quel contesto che De André pronunciò le frasi destinate a suscitare reazioni immediate e, soprattutto, polemiche nei giorni successivi: "Se nelle regioni meridionali non ci fossero queste espressioni di criminalità organizzata, probabilmente la disoccupazione sarebbe molto più alta. Il tasso di disoccupazione sarebbe superiore almeno del 10% senza le tre organizzazioni mafiose". E ancora, con un tono più diretto e provocatorio, rivolgendosi anche a chi lo contestava: "E’ paradossale doverlo ammettere – manda a dire – ma se non ci fossero le strutture organizzate criminali forse la disoccupazione arriverebbe al 25 per cento".
In platea si creò un silenzio teso, interrotto solo in parte dagli applausi. “Non teme di essere esagerato?”, gli chiese uno spettatore turbato dalle sue parole. E De André di rimando: “Col cazzo che esagero”, replicò, proprio lui che con la criminalità (sarda) aveva avuto a che fare, quando era stato rapito insieme alla compagna Dori Ghezzi. Se l’effetto immediato fu di disorientamento; quello mediatico, il giorno seguente, fu ben più accentuato. Le dichiarazioni vennero rilanciate da stampa e telegiornali, generando un dibattito che coinvolse politica e sindacati. Il segretario regionale della Cisl, Enzo Damiano, definì quelle parole “sconcertanti”, quello della Uil Pietro Larizza lo invitò a "pensare alle canzonette", mentre il sindaco di Roccella Jonica, Giuseppe Certomà, ribadì che “solo legalità e democrazia portano sviluppo e occupazione”. Vi furono anche personalità del mondo dello spettacolo che commentarono l'accaduto criticando De André, come Renzo Arbore. E si arrivò persino a ipotizzare una denuncia per istigazione a delinquere. Una situazione paradossale per colui che aveva sempre denunciato il malaffare e che aveva sintetizzato mirabilmente gli intrecci tra criminalità organizzata e potere nella sua celebre "Don Raffae'", parzialmente ispirata dalla figura del boss Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata.
Eppure, secondo il suo entourage, Fabrizio De André non ritrattò nulla: quelle affermazioni riflettevano una posizione che considerava coerente nel tempo, maturata anche attraverso esperienze personali dirette con la criminalità. Nei giorni successivi, intervenendo per chiarire il senso del suo discorso, precisò la natura provocatoria di quelle parole: "Era una delle mie consuete provocazioni - spiegò in un’intervista a Carlo Macrì del Corriere della Sera - Volevo dire che paradossalmente la criminalità organizzata diminuisce il tasso di disoccupazione. In realtà, accanto alle organizzazioni criminali più vistose metto anche quelle che io chiamo spa/ad cioè Società per azioni a delinquere, cioè quelle dalle tante attività apparentemente lecite dietro alle quali si muovono affari loschi e sulle quali nessuno si è mai sognato di indagare. Ecco probabilmente senza queste arriveremmo addirittura al cinquanta per cento della disoccupazione. Insomma, il sommerso e l'illecito sono da una parte il nostro dramma e dall'altra attenuano in qualche modo il problema della disoccupazione. Questo dovrebbe far riflettere sull’assenza dello Stato in certi territori". Insomma, attraverso una delle sue consuete iperboli, ancora una volta De André era andato oltre, e tutti, parafrasando Ruggeri, lo presero alla lettera sbagliando risposta.