Fontaines D.C.

I due libri di poesie che fecero nascere i Fontaines D.C.

Prima di formare una band, i Fontaines D.C. erano un gruppo di ragazzi uniti dalla passione per la poesia. Quando Carlos O’Connell, Conor Curley, Conor Deegan, Grian Chatten e Tom Coll si conobbero nel 2014 al BIMM di Dublino, scoprirono quasi immediatamente di condividere lo stesso interesse per la parola scritta. Ad affascinarli erano soprattutto gli autori della Beat Generation, da Jack Kerouac ad Allen Ginsberg.
Prima ancora di dare vita ai Fontaines D.C., i cinque pubblicarono due raccolte di poesie, “Vroom” e “Winding”. Quei libri non rappresentano soltanto una curiosità precedente all’esordio musicale, ma il primo vero progetto collettivo del gruppo: il luogo nel quale cominciarono a riconoscersi, confrontarsi e costruire un linguaggio comune. “Io e gli altri della band siamo diventati amici proprio scambiandoci poesie – ha raccontato il cantante Grian Chatten – In Irlanda la poesia è tradizionalmente un linguaggio per le classi più benestanti e istruite. Volevamo riprendercela, riportarla alla gente, ai non privilegiati. Ciò detto, se vado ancora più indietro con la memoria ritrovo mio padre: è stato lui a farmi avvicinare alla poesia, avrò avuto 10 anni”.

Dalle figurine dei calciatori alla poesia

Per Grian Chatten, cantante e principale autore dei testi della band dublinese, il rapporto con la poesia era cominciato molto prima dell’incontro con gli altri musicisti. Aveva nove o dieci anni quando suo padre gli propose un accordo: per ogni poesia imparata a memoria avrebbe ricevuto in cambio un pacchetto di figurine di calciatori. Il bambino prese la sfida molto sul serio e arrivò a memorizzare circa quindici componimenti. “Come tanti bambini di quell’età sognavo di diventare un calciatore, per cui mi divertivo con gli album di figurine. Un giorno – ha ricordato Chatten – mio papà mi promise che mi avrebbe comprato dei pacchetti di figurine se avessi imparato a memoria qualche poesia. La prima fu ‘From A Railway Carriage’ di Robert Louis Stevenson (‘Dalla carrozza di un treno’ in italiano, ndr): ‘Faster than fairies, faster than witches, bridges and houses, hedges and ditches…’. Racconta di un viaggio in treno con questo ritmo che fa pensare proprio a un treno in movimento, cosa che mi ha affascinato sin dal primo istante. Quando la recitai a memoria, fu la mia prima interpretazione ad alta voce. Da quel momento so che la poesia non è un linguaggio per le élite: è per tutti”.
L’esercizio cambiò profondamente il modo in cui Chatten percepiva i versi: non più qualcosa da osservare a distanza, ma una materia viva, capace di entrare nel corpo e nella voce di chi la recita. “Quando impari una poesia a memoria, entri dentro di essa. Diventa parte di te”, avrebbe spiegato in seguito.

Versi scritti sugli scontrini

Questa concezione personale e quotidiana della poesia accompagnò Chatten anche da adulto. Quando lavorava in un negozio di abbigliamento di lusso, scriveva versi sulla carta degli scontrini, accettando che quelle parole potessero andare perdute o non essere mai più rilette. “Mi piace avere le tasche piene di pezzi di carta che non leggerò mai più. Mi fa sentire come se tutto ciò che è buono fosse ancora nel futuro”.
La poesia diventava così un gesto istintivo e transitorio, non necessariamente destinato alla pubblicazione. Un’idea che sarebbe poi confluita anche nel metodo compositivo dei Fontaines D.C.: Chatten ha spesso scritto i testi direttamente in studio, accettando di abbandonare un’intuizione valida senza trasformarla in qualcosa di intoccabile. “Se ti aggrappi a qualcosa che sai essere una buona idea, ciò implica che potresti non essere in grado di fare la stessa cosa domani”.

Dalle poesie alle canzoni

Nessun componimento di “Vroom” o “Winding” venne trasformato direttamente in una canzone dei Fontaines D.C., ma il confine tra scrittura poetica e musicale rimase inevitabilmente permeabile. “Television Screens”, inclusa nell’album d’esordio “Dogrel“, nacque inizialmente come poesia prima di assumere la propria forma musicale. Anche il titolo del disco possedeva un significato letterario. Il termine “doggerel” indica infatti una poesia rozza, irregolare e spesso deliberatamente priva di raffinatezza. Era una definizione perfetta per un album che cercava la bellezza nelle strade, nel linguaggio popolare e negli aspetti apparentemente più ordinari della vita dublinese. L’attacco di “Big” dichiarava immediatamente quel legame viscerale con la città: “Dublin in the rain is mine, a pregnant city with a Catholic mind”. Dublino diventava allo stesso tempo scenario, personaggio e spazio mentale, descritta attraverso immagini più vicine alla poesia urbana che alle convenzioni della scrittura rock.

La lezione di Patrick Kavanagh

La componente letteraria si fece ancora più evidente nel secondo album, “A Hero’s Death“. Durante la sua composizione, Chatten guardò soprattutto a Patrick Kavanagh e alla poesia “Inniskeen Road: July Evening”, nella quale l’autore osserva una festa organizzata nel proprio paese rimanendone però escluso. Alla fine del componimento Kavanagh afferma: “I am the king of my own land”. Quell’intreccio di alienazione, orgoglio e consapevolezza di sé sarebbe diventato uno dei nuclei emotivi del disco.
Kavanagh resta infatti il poeta che Chatten consiglierebbe più di ogni altro: “Patrick Kavanagh. La sua ‘On Raglan Road’, poesia che ha anche trasformato in una ballata assieme a Luke Kelly dei Dubliners. Ha dei versi stupendi, sono probabilmente le parole più belle che siano mai state scritte”.
Dalle raccolte realizzate insieme negli anni dublinesi all’influenza di Kavanagh sui loro dischi, la poesia è dunque rimasta al centro dell’identità dei Fontaines D.C. Prima ancora del post-punk, dei concerti e del successo internazionale, furono “Vroom” e “Winding” a unire i cinque musicisti irlandesi, fornendo loro un linguaggio condiviso e spingendoli a trasformare quella comunanza letteraria in una band.