Guardare la morte in faccia, senza esorcizzarla né nasconderla. Peter Gabriel sceglie uno dei temi più difficili e universali per “Face The Wall”, nuovo singolo che anticipa “o\i”, il suo prossimo album atteso entro la fine dell’anno. È la nona canzone svelata dal musicista inglese secondo il rituale della luna piena già adottato per “i/o” nel 2023: per ora è disponibile la dark-side mix firmata da Tchad Blake, mentre la bright-side arriverà con la prossima luna piena.
“Face The Wall” nasce da una riflessione sull’invecchiamento, sulla malattia e soprattutto sul rapporto che la società occidentale intrattiene con la fine della vita. “Il testo parla in parte dell’invecchiare e dell’affrontare la malattia; si tratta di guardare la morte in faccia, cosa che credo non facciamo abbastanza spesso”, spiega Gabriel. Secondo il musicista inglese, le culture che riescono a considerare la morte come una componente naturale dell’esistenza sembrano anche più capaci di accettarla e, proprio per questo, di vivere pienamente.
Nonostante il tema, il brano lascia però aperto uno spiraglio di speranza. Gabriel individua il momento decisivo nella parte finale, quando canta “I see you coming through”: mentre la canzone diventa progressivamente più intensa e le condizioni descritte nel testo si fanno più difficili, quelle parole introducono una possibilità di riscatto. “La musica è un processo catartico per molti di noi”, osserva Gabriel, convinto che “Face The Wall” riuscirà a parlare direttamente almeno a una parte del suo pubblico. Alla registrazione partecipano Tom Cawley al pianoforte, Tony Levin al basso e la New Blood Orchestra, con gli arrangiamenti di John Metcalfe.
Anche la copertina sviluppa visivamente il tema della canzone. L’immagine riproduce “The Nest”, installazione dell’artista giapponese Tadashi Kawamata fotografata da Mika Huisman all’Amos Rex di Helsinki. L’opera mostra una massa apparentemente caotica di sedie che invade e supera un grande muro: una rappresentazione nella quale Gabriel ha riconosciuto immediatamente una metafora del brano. “Per me, il muro è lì: grande, solido, un po’ come la morte”, racconta. Le sedie, oggetti quotidiani recuperati in parte da siti di smaltimento locali, sembrano però riversarsi oltre quell’ostacolo e scavalcarlo. Proprio questo contrasto ha colpito Gabriel: da una parte la presenza apparentemente invalicabile del muro, dall’altra qualcosa di umano e disordinato che riesce comunque ad andare oltre. “È un’immagine curiosa, ma trasmette anche speranza, sfidando ogni logica”.
Gabriel ha spiegato di non conoscere in precedenza il lavoro di Kawamata e di essere stato spinto da “The Nest” ad approfondirne l’opera, ritrovandovi la propria attrazione per ciò che infrange le regole e si sottrae ai contesti convenzionali.
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