Tramontata ormai l’era indie degli anni 10, e lasciata alle spalle anche l’esperienza rock atmosferica di “Fantasy” (2023), M83 – ossia, de facto, Anthony Gonzalez – sembra aver abbandonato ogni interesse per le classifiche e per la produzione di quella che un tempo si sarebbe detta musica per “hipster” o “indiehead”, a seconda della terminologia più un voga. Il fatto è che sono passati ormai venticinque anni, un quarto di secolo dall’esordio del progetto musicale francese – con l’omonimo album “M83” nel 2001 – e il più recente lavoro di Gonzalez, “I Wrote You A Letter”, sembra voler chiudere un cerchio.
Il nuovo album abbraccia infatti un ritorno alle origini, alle produzioni anni Zero del gruppo: un indie atmosferico e psichedelico, trasognante e solenne con largo impiego di wall of sound ai limiti dello shoegaze. Le canzoni risuonano di epicità e ricercatezza, e lo scopo pare quello di creare panorami sonori di forte impatto. Gonzalez ha dichiarato in una intervista che infatti la musica in questo disco è strutturata per: “Grandi avventure, sentirsi vivi e dimenticarsi del mondo”. La ricerca di un escapismo che, visto quel che succede in questo 2026 molto “vivace”, è certamente comprensibile.
L’album, con sole nove tracce, si regge su due componenti: mura sonore compatte e altisonanti e distensioni ambient rarefatte e melodiche. Gonzalez passa continuamente da una componente all’altra, lavorando su impressioni ed emozioni, scartando tutto ciò che potrebbe essere “catchy” e mettendo alla prova anche i fan di lunga data e più fedeli. Lo si sente in “Opera”, una composizione in due parti, la prima un coinvolgente crescendo guidato da synth e voci eteree, la seconda una coda ambient con tanto di sezione d’organo “clericale” e cori angelici in chiusura. L’ambizione nella costruzione e nell’arrangiamento è chiara, tanto che a tratti sembra di ascoltare Jon Hopkins o Anders Trentemøller.
Il percorso prosegue in “Siren”, tra momenti glitch e sax distorto, e “Behold… Beast” (anche qui due parti di una stessa canzone), in una ulteriore esplorazione ambient in dialogo tra sax e piano. “Aged” va anche oltre: dopo un intro che si potrebbe definire “bait” e che riporta per un attimo allo stile indie synth familiare alla maggior parte dei fan – indietro ai tempi d’oro di “Hurry Up, We’re Dreaming” (2011), si posa invece poi su di una reinvenzione neo-classica con divagazioni pianistiche che accarezzano una melodia centrale dolce e romantica alla Claude Debussy. La fantasia di “Feeding Time”, pur sempre prestando il fianco a passioni ambient, è l’unica a far risorgere appieno l’anima “indie” di M83, quella più speranzosa ed entusiasta, con una dissertazione di pura indietronica che suona davvero fuori dal tempo e, in questo disco, dallo spazio (ma in un senso buono).
Quel che si può dire è che questo più recente lavoro di M83, come e più di molti altri album classici del progetto – forse solo il secondo, “Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts” (2003), potrebbe essere considerato un equivalente – non va certamente ascoltato a una festa, guidando in macchina o sia pure in palestra o in momenti di svago. Per chi vuole, va ascoltato con religiosa attenzione, magari al buio con qualche candela accesa, oppure passeggiando in mezzo a un bosco o in riva al mare al tramonto. “I Wrote You A Letter” è la riprova della straordinaria preparazione musicale di M83, ma anche della sua determinazione nel non ristagnare in una comfort zone e nel mettersi sempre in discussione, senza dare il suo successo o la sua popolarità per scontati.
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01/10/2026