Ha rischiato di vincere il settantaseiesimo Festival di Sanremo con quella che resta, quantomeno per chi scrive, la canzone migliore proposta all’Ariston, finendo per soccombere soltanto all’annacquatissimo Sal Da Vinci, tornato in gara dopo essere stato escluso l’anno precedente, giusto per riportare le lancette dell’orologio indietro di vent’anni e da qualche parte tra una cerimonia nuziale tamarra e una poltrona comodissima di Mara Venier.
Per quanto “Tu mi piaci tanto” possa far ricordare il Silvestri più pimpante dei primi tempi, Sayf ha comunque portato un po’ di sana freschezza in una kermesse sempre più mediocre sul piano musicale e ormai prevedibile come una canzone di Giorgia. E basterebbero le citazioni di Cannavaro e Tenco per rimanere anche solo per un attimo spiazzati, al di là della bontà di una marcetta da festa di paese che costituisce di fatto il nucleo del brano.
Concluso, quindi, nel migliore dei modi il primo Sanremo, il ventisettenne Sayf, all’anagrafe Adam Sayf Viacava, esordisce con un album, “Santissimo”, atteso anche da quelli che non sapevano manco chi fosse prima che apparisse sul palco dell’Ariston come un simpatico outsider tutto mamma ti voglio tanto bene e treccine.
Superato l’impatto inziale dinanzi a una copertina a dir poco kitsch, le canzoni scorrono una dietro l’altra illudendo che arrivi prima o poi un nuovo piccolo miracolo. Tra ritmi reggaeton più prevedibili di un gol in Champions di Haaland, canne di bambù per metaforizzare quello che anche un neonato capirebbe, “cinque grammi nelle palle”, “scarpe di marca” e “tute tarocche”, Sayf canta la sua Liguria, ma anche di precarietà e vita di lusso bramata magari dando un calcio al Super Santos sul marciapiede. Tant’è che “Boutique” è, a conti fatti, il miglior momento del lotto, grazie non solo al testo, ma anche alla chitarra flamenco in vago appoggio e un ritmo tanto semplice quanto efficace.
Purtroppo, spuntano anche un secchio a volte pieno di diari di bordo triti e ritriti, e sonorità pop ostentate da chiunque in Italia negli ultimi dieci anni. Va benissimo, poi, citare anche il tragico G8 nel flusso di coscienza esternato in “Perché piango”, in duetto con Kid Yugi, così come funziona il beat magrebino che anima “Bratz”, cantata con Nerissima Serpe, altro episodio a fuoco in un disco che alterna alti e bassi.
Messe però da parte alcune intuizioni, che senso ha iniziare dopo un intro il proprio debutto con una canzone, “Ricordi”, che pare scritta tanto per chiudere la faccenda, per giunta insieme con Geolier, che sciorina l’ennesima tiritera da scugnizzo incazzato (contro chi esattamente resta ovviamente un mistero ancora oggi), o piazzare la centro del piatto un assolo di chitarra inutilmente laccato in quella che avrebbe potuto essere una buona ballata, come accade nel brano che dà il titolo al disco?
Insomma, Sayf mette le cose a fuoco pestando una merda e cogliendo un fiore. Si atteggia a cantautore pop anni ’90 con tanto di chitarra alla Simone (“Parlar d’amore”), e finisce per convincere quando muove passi spagnoleggianti (“Princesa”), con ritornelli da spiaggia che si fanno apprezzare. Tuttavia, appena riprova a fare il rapper maledetto, come con l’amico Tedua in
“F.I.$.”, torna terribilmente banale e noioso.
Il giovane musicista deve, dunque, decidere da che parte stare: se nel nauseante pentolone rap italico o da solo sul lungomare ligure con una chitarra e lo sguardo rivolto all’orizzonte, “insieme al ragazzo che sogna” come canta in “”Non c’è”.
Certo, gli si perdona in fondo un po’ tutto, anche mentre scimmiotta un Paolo Belli a caso in “Randa Baraonda”: ciò che conta per davvero, è che non indossi i panni del fabbricatore di barre scontate.
“Santissimo” è, in definitiva, un debutto pasticciato e al contempo nel complesso sufficiente, con alcuni indizi significativi sulle potenzialità future di un talento tutt’altro che grezzo, ma semplicemente ancora da incastonare nella form(in)a giusta.
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02/10/2026