Impiegata come sonorizzazione dell’installazione di Banks Violette “Wish You Were Here”, l’opera di Stephen O’Malley, manifesta i temi della perdita e dell’assenza. Amplificata, tra gli altri, negli spazi brutalisti del TICK TACK di Anversa, non solo aveva il compito di rimarcare la drammaticità dell’esposizione, ma anche di tradurre fisicamente il sentimento di spaesamento e solitudine conseguenti alla scomparsa di una persona cara.
La mostra si snodava su tre piani; i primi due, visibili dall’esterno attraverso le ampie vetrate, mostravano un’enorme scritta “The End” e una sfera stroboscopica precipitata al suolo e data alle fiamme (immagine utilizzata per la copertina dell’album). Nel seminterrato altri schianti di lampadari, flightcase, strutture metalliche illuminate e metri di cavi serpentiferi traducevano l’apocalisse sentimentale del lutto come fosse il video di “Obstacle 1” degli Interpol.
Con un eccesso di didascalismo, aggiungiamo la genesi remota dell’opera. Nata nel 2020 per un quartetto belga di chitarre elettriche, lo ZWERM, è stata registrata in un antico ospedale medievale riqualificato e intitolata come una quercia viva da un millennio sull’isola di Fårö – che è l’isola dove si è ritirato e ha languito per decenni Ingmar Bergman. Solo l’interessamento di Banks Violette ha permesso che il progetto non rimanesse una commissione relegata solamente a un ciclo di esecuzioni.
Questo enorme portato storico ci ha condotti ad ascoltare “Avaeken”, una densa concrezione sonora di slide e ebow, più esile dei violenti monoliti dei Sunn O))) e più umana delle solennità organistiche di “Spheres Collapser“. Un corpo vivo, che duole e cede e si scheletrisce fino ad annichilirsi. Attraverso l’utilizzo massiccio della cancellazione di fase, infatti, le lunghe vibrazioni e gli insistiti battimenti vanno a pulsare nel niente in un processo straniante di ripetuto perpetuo decadimento. In un’atmosfera incerta i lunghi bordoni nascono al solo scopo di tornare al silenzio, suscitando in chi ascolta un certo sgomento. Il delicato modellamento delle frequenze crea ombre sfuggenti, artefatti sensoriali nei quali la suggestione di ognuno indovina le fattezze di dolenti memorie.
Una composizione che si fa simulacro della scomparsa, un deserto bianco e freddo nel quale l’ascoltatore si confina insieme al proprio spaesamento e a una certa cristallina malinconia. O’Malley, intimo e ispirato, si dimostra a suo agio con le chitarre elettriche e le complesse fisiche del suono. Una prova solida, autonoma, partecipata e capace di coinvolgere anche fuori dagli spazi espositivi dov’era confinata.
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03/10/2026