Per capire cosa è sedimentato nei pensieri di Ned Collette poco prima della composizione delle undici canzoni contenute nel suo sesto disco in solitaria, “Mixed Light”, occorre leggere la riflessione che il cantautore australiano rilascia al critico musicale Dog Mosurock, al quale ha anche chiesto di definire ufficialmente per lui la descrizione dell’album: “Durante un recente volo ho acceso la Cnn per aggiornarmi prima dell’atterraggio, e ho visto solo un’ora di pubblicità sull’importanza fondamentale delle notizie trasmesse dalla Cnn, senza alcuna notizia vera e propria. È volata via come un feed di TikTok per adolescenti. D’altro canto, posso ancora sedermi in un prato con i miei figli ad ascoltare il ronzio delle api e l’ora vola via silenziosamente e altrettanto velocemente. Non c’è davvero bisogno di tutto questo rumore.”
Parole che dicono praticamente tutto sulla disillusione di un musicista che ha restituito da sempre nelle sue canzoni un sentimento di perdizione interiore misto a una profonda illuminazione emotiva. Ne è prova l’entusiasmante cavalcata psych-folk-rock di “Paper Night”: nove minuti scarsi di scorribande acide degne di un Tom Rapp ma anche di un Bruce Palmer in cerca di dimora.
Accompagnato ancora una volta da una formidabile schiera di musicisti, tra cui Chris Abrahams dei Necks e il fidato Ben Bourke, oltra alla nuova collaborazione con Bonnie Prince Billy, che presta la propria voce nel breve intermezzo bucolico da appena due minuti per “The Kitchen”, a conti fatti l’unico momento “grezzo” che stride con la completezza orchestrata di un album raffinato in ogni sua partitura, Collette esalta il proprio spirito di viandante esotico anche nelle ballate romantiche scritte per mettere insieme i pezzi di un puzzle sentimentale altrimenti mancante (“Commandereed Parade”).
We took shelter in new arms occasionally
But we knew
Nothing better to do
And all the answers were slow and
There was no way to prove them anyway
So I just believe you
Ned Collette si sposta su piani melodici alternando elegia barocca e improvvisi cambi di tono, come accade nella sfuggente “The Light Is Growing Old” o nel passo sintetico della successiva “Nothing Rare”, che muta senza preavviso in un cataclisma ritmico con ripartenza alla Stereolab (!) atto a definire il disincanto di cui sopra.
Il tumulto da pifferaio sbandato prosegue anche in “Mammon”, per un approccio in parte diverso da quello del passato che il musicista spiega così: “Penso che tematicamente questo disco sia molto più un miscuglio a livello di testo e musica”.
Domina, dunque, una certa irrequietezza, che poi si assottiglia nella più cadenzata “Sleep Song”, con la voce di Leah Senior puntualmente in appoggio al canto di Collette. E ancora le luci soffuse e malinconiche di “Miami Shadows”, strumentale posta in coda come degna chiusura di un album spesse volte imprendibile ma anche suadente nella sua elegante compostezza. Una luce mista, appunto, che Ned Collette accende e spegne a seconda dell’umore, senza per questo annoiare nessuno. Tutt’altro.
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06/10/2026