Innumerevoli classifiche sono state dedicate ai migliori album dei Pink Floyd. Il magazine Ultimate Classic Rock, invece, ha compiuto un'operazione diversa, andando a selezionare i migliori e i peggiori lavori solisti dei membri dello storico gruppo inglese. "Non tutte le carriere soliste dei Pink Floyd sono state considerate allo stesso modo, nonostante il contributo decisivo che tutti e cinque i membri hanno dato alla loro storia costellata di dischi di platino - sottolinea Nick DeRiso nell'introduzione - C’è però un elemento comune: nessuno di loro ha mai mostrato un interesse reale nel costruire una carriera solista continuativa con l’obiettivo di diventare una star a sé stante, nemmeno dopo l’uscita ufficiale dal gruppo". In ogni caso, spunti d'interesse non mancano nella produzione solista di ognuno dei membri della formazione britannica.
Ecco allora i dischi solisti selezionati come "peggiori" e "migliori" per ognuno dei membri dei Pink Floyd, con un estratto dalle motivazioni fornite da Ultimate Classic Rock (
qui il servizio completo).
Roger Waters
Peggiore:
"The Pros And Cons Of Hitch Hiking" (1984)
Progetto concettuale costruito come il sogno di 41 minuti di un uomo alle prese con una fantasia extraconiugale, è un disco ambizioso ma dispersivo. Le vendite modeste e la struttura narrativa farraginosa ne hanno limitato l’impatto. Waters stesso lo ha ridimensionato, definendolo in sostanza "un disco sul sesso", a fronte della portata molto più ampia di "
The Wall".
Migliore: "Amused To Death" (1992)
Ritorno alla forma attraverso una scrittura più coesa e una collaborazione decisiva con
Jeff Beck alla chitarra. Temi centrali: guerra, religione organizzata, capitalismo e cultura mediatica. L’album unisce densità lirica e solidità musicale, risultando il lavoro solista più compiuto di Waters, con brani come "What God Wants, Pt. 1" e "The Bravery of Being Out Of Range".
David Gilmour
Peggiore: "About Face" (1984)
Disco penalizzato da una produzione tipicamente
anni Ottanta, con sonorità meccaniche e sintetiche che appesantiscono materiale in parte valido. Alcuni brani avrebbero potuto rafforzare "The Final Cut", ma l’insieme è disomogeneo.
Migliore: "On An Island" (2006)
Lavoro rarefatto e contemplativo, inciso dopo quasi 20 anni di silenzio solista. Atmosfere notturne, scrittura misurata, centralità del timbro chitarristico. Un disco intimista e controllato, che recupera la dimensione lirica e melodica del miglior Gilmour.
Syd Barrett
Peggiore: "The Madcap Laughs" (1970)
Debutto frammentario, registrato in sessioni caotiche con più produttori. Il risultato è disarticolato, talvolta confuso, anche se attraversato da intuizioni brillanti come "Terrapin" o "Dark Globe". Resta una testimonianza cruda del suo stato mentale.
Migliore: "Barrett" (1970)
Secondo album più compatto e strutturato, co-prodotto da Gilmour e Wright. Le atmosfere psichedeliche si attenuano a favore di una scrittura pop sofisticata e talvolta sorprendentemente moderna. Brani come "Baby Lemonade" e "Gigolo Aunt" mostrano un talento compositivo ancora vivo.
Richard Wright
Peggiore: "Identity" (1984, con Zee)
Progetto dominato dall’estetica synth-pop del periodo, realizzato quasi interamente con il Fairlight. Wright stesso lo ha definito un "errore sperimentale". Il suo contributo personale risulta poco riconoscibile.
Migliore: "Broken China" (1996)Concept-album sulla depressione, strutturato in quattro movimenti. Musicalmente più vicino all’estetica Floyd rispetto ai precedenti lavori solisti, presenta arrangiamenti curati e un impianto tematico coeso. Tra i momenti più intensi della sua carriera fuori dal gruppo. E con un gioiello come "Reaching For The Rail", in coppia con
Sinéad O'Connor.
Nick MasonPeggiore: "Profiles" (1985, con Rick Fenn)Collaborazione orientata verso un pop sintetico di maniera. L’adesione ai cliché sonori dell’epoca riduce l’identità musicale del progetto, nonostante qualche ospitata di rilievo.
Migliore: "Fictitious Sports" (1981)
Inciso con Carla Bley, è un lavoro atipico: più jazz-pop sofisticato che derivazione Floyd. Mason si inserisce come batterista in un contesto compositivo definito da Bley. Operazione laterale ma coerente, con una sua precisa identità.