I Love raggiungono il loro vertice artistico nel novembre 1967 con la pubblicazione del capolavoro psichedelico “Forever Changes”. I concerti che lo seguono vedono però un rapido deterioramento nell’unità della band californiana che, a causa di problematiche inerenti la divisione dei proventi economici e l’abuso di eroina, viene sciolta nella primavera 1968 dal leader Arthur Lee.
Subito dopo, egli mantiene il nome originale del gruppo reclutando nuovi musicisti ad accompagnarlo in quelle che saranno, di lì a breve, le registrazioni dell’album successivo.
Jay Donnellan (chitarra elettrica solista), George Suranovich (batteria) e Frank Fayad (basso elettrico) entrano nei Love per dare corpo alle numerose composizioni di Lee (voce, chitarra elettrica ritmica, pianoforte e percussioni) scritte nella primavera-estate ’68. Le session di settembre-ottobre producono ventisette brani, dieci dei quali saranno poi selezionati dall’etichetta Elektra per compilare l’Lp “Four Sail”. I restanti, di qualità decisamente inferiore, finiranno su un disco doppio (“Out Here”, poi uscito nel dicembre 1969) compilato dalla Blue Horizon.
“Four Sail” sarà invece pubblicato dalla Elektra quasi un anno dopo la sua incisione (agosto 1969), a testimonianza dello scarso interesse riposto dalla casa discografica nella carriera della formazione californiana, la quale, nonostante gli alti standard musicali tenuti fino a quel momento, aveva già da tempo esaurito le proprie potenzialità commerciali. A conferma di ciò, un singolo immesso sul mercato nel ’68 (“Your Mind And We Belong Together”), l’ultima incisione con la vecchia line-up, era scivolato nell’ombra senza alcun riscontro di classifica.
Il titolo stesso del disco, che, letto in inglese, suona come le parole “for sale” (“in vendita”), riflette la disillusione provata da Lee verso la Elektra, rispetto alla quale egli doveva adempiere agli obblighi contrattuali sottoscritti dai Love all’inizio della loro avventura nel 1966. Pur essendo rimasto privo dei compagni di strada originali e del trasporto lisergico che aveva caratterizzato lo splendido “Forever Changes”, con “Four Sail” Lee si conferma notevolmente ispirato. Egli devia dalla psichedelia per proiettarsi in un rock melodico, ma incisivo, molto convincente tanto nell’estro compositivo quanto negli arrangiamenti.
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L'eco del lavoro precedente è comunque ancora percepibile nell’apertura del disco (“August”), dove strofa e ritornello echeggiano vividamente le atmosfere deliziosamente poetiche create dai Love nel 1967. Nonostante questa assonanza, il brano è caratterizzato da un lungo, risoluto e inebriante assolo di Donnellan (dal minuto 2.42 al minuto 4.41), il quale si appoggia sull’abrasivo basso elettrico distorto dal pedale fuzz e sulla arrembante batteria per tracciare concitate traiettorie elettriche. Questa prima traccia, introdotta e conclusa da un riff pungente che si esaurisce in note allungate, rivela in modo inequivocabile il transito verso le nuove destinazioni sonore toccate da questa seconda edizione del gruppo.
Anche l’ultimo, bellissimo, brano del disco (“Always See Your Face”) rimanda agli arrangiamenti di “Forever Changes”, soprattutto grazie al ruolo ritmico del pianoforte e al corno inglese utilizzato in secondo piano, al fine di rendere più fluidi ed evocativi i passaggi tra le varie sezioni. In questo caso sono il bridge e il ritornello (si ascolti, ad esempio, dal minuto 0.31 al minuto 0.47) a riportare la composizione sulla strada di un rock classico e lineare, dalle incantevoli melodie e dal ritmo ben marcato.
Terminati gli accenni al ’67, la band si cimenta in pezzi rock molto ben costruiti, che convergono su melodie spesso eccellenti e su imperfezioni nella qualità audio, che donano un'affascinante aura garage rock al suono d'insieme dell’Lp.
La dimostrazione pratica di questo stile viene da “Singing Cowboy” (unico caso in cui Lee condivide la scrittura con un altro membro del quartetto, Donnelan), la quale esibisce una sequenza strofa-bridge-ritornello entusiasmante fin dal primo ascolto e due splendide transizioni strumentali (ascoltabili dal minuto 0.59 al minuto 1.24 e dal minuto 2.04 al minuto 2.28). A impreziosire la traccia sono anche il tamburino e le maracas, che rivestono un ruolo ritmico-ornamentale, nonché la travolgente coda (dal minuto 2.28 fino al termine). Essa è formata da cori alla “Sympathy For The Devil” usati come contrappunto a un acido assolo di Donnellan, dalla galoppante batteria e da due diverse, incalzanti, linee vocali, che si avvicendano nel portare a conclusione il brano. Il testo narra con efficacia insolite storie di cowboy ed è costantemente evocato dal breve fragore del piatto splash della batteria, immerso nel riverbero a simulare una frusta.
Nell’ambito della nuova rotta musicale intrapresa dalle composizioni di Lee, incontriamo due episodi fluttuanti nella loro leggerezza melodica e dai contorni delicati e scorrevoli.
Il primo è “I’m With You” (dove possiamo scorgere in sottofondo il suono rotondo delle congas). Si tratta di una vivace e solare canzone d’amore veicolata dai lievi arpeggi incrociati delle due chitarre elettriche e dall’inconfondibile capacità del leader di disegnare passaggi strumentali di transizione divenuti tipici dei Love (si ascolti, ad esempio, dal minuto 1.09 al minuto 2.17).
Il secondo episodio è rappresentato da “Your Friend And Mine - Neil’s Song”, l’unico brano dal tempo moderato dell’album, il quale, dietro alla suggestiva e soffice melodia che richiama il pop-rock dei Kinks nel 1967-’68 o quello dei Lovin’ Spoonful di metà anni 60, nasconde un testo alquanto triste. Esso, pur essendo privo di astio, narra infatti di come il road manager della band, Neil Rappaport, abbia introdotto i Love all’uso di eroina e di come egli stesso ne morì nel ’68.
I momenti più emozionanti dell’Lp sono rintracciabili in due pezzi ambiziosi nella concezione e meravigliosamente realizzati: “Dream” e “Robert Montgomery”. Tutti e due frutto di sofferte esperienze autobiografiche di Lee riguardanti il distacco dai suoi precedenti compagni nel gruppo, essi sfoggiano melodie invidiabili persino per i migliori artisti attivi in quel momento (e successivi).
L’espressivo assolo che Donnellan dipinge sentitamente in “Dream” è racchiuso all’interno di una struttura molto originale (strofa - bridge – transizione strumentale - strofa – ritornello – post chorus - assolo), in grado di fluire con ritmata naturalezza, senza perdere nulla della sua elegante complessità.
L’altra traccia che costituisce l’highlight di “Four Sail”, “Robert Montgomery”, risuona dei fendenti inferti da Lee alla sua chitarra ritmica, estraendone un impatto sonoro fortemente distorto e quasi percussivo, simile all’infrangersi si un vetro. Esso si combina alla tensione elettrica accesa dal serpeggiante e acuto motivo solista suonato da Donnellan. Gli articolati interventi di quest’ultimo, piacevolmente mutevoli pur mantenendo una certa coerenza tematica di fondo, percorrono tutte le sezioni di questa ottima canzone rock fino a sfociare in molteplici assoli, sintetici quanto intensi.
“Nothing”, dove compaiono nuovamente le maracas in chiave ritmica, trasporta l’ascoltatore sul piano di un rock anticonformista, dalle tonalità impalpabili e ondivaghe abbinate a versi d’amore per nulla comuni. Una gradevole variazione alla tracklist, moderatamente sperimentale nel dilatare con morbida sensibilità strofa e ritornello per poi ravvivarli attraverso sezioni strumentali più ritmate.
A chiudere la lista delle dieci composizioni sono “Good Times” e “Talking In My Sleep”, i cui pattern ritmico-melodici irregolari si differenziano per l’impiego di accorgimenti inconsueti presenti negli arrangiamenti. Nel primo caso a emergere sono l’accompagnamento jazzato della batteria, che nel ritornello si apre in un saldo shuffle, e i due graffianti assoli di Donnellan. Nel secondo caso a colpire è l’andamento di strofa e ritornello, i quali rievocano vagamente i primi Pink Floyd, trasferendone lo spirito, con dilettevole inventiva, in una veste rock più consona alla fine degli anni 60. Per di più, la coda di “Talking In My Sleep” contiene un assolo di basso (reso frastagliato dalla distorsione fuzz) che corre parallelamente alla chitarra, in un intreccio elettrizzante di rapide note.
In questo quarto 33 giri dei Love è notevole la coesione musicale collettiva, tutt’altro che scontata, essendo i quattro assieme solamente da pochi mesi. Resa possibile anche grazie allo spazio che Lee lascia agli slanci creativi degli altri tre musicisti, la continuità sonora composta dalle dieci tracce di “Four Sail” (per circa 37 minuti totali) esalta nello stesso tempo le qualità dei singoli.
Lo stile tenuto dal batterista è deciso, dinamico e fantasioso, risaltando particolarmente nei pezzi più movimentati (“August” e “Singing Cowboy”), ma risultando coinvolgente anche nelle cadenze meno convenzionali (“Nothing” e “Talking In My Sleep”). Il picco delle sue efficaci prestazioni è raffigurato plasticamente dalle intraprendenti evoluzioni della batteria, punteggiate vivacemente dalla grancassa, che possiamo sentire in “Robert Montgomery”.
Le note di copertina del disco accreditano Drachen Theaker (appena uscito da The Crazy World Of Arthur Brown) come batterista in “Good Time”, “I’m With You” e “Your Friend Of Mine – Neil’s Song”. Il fatto è confermato da Lee stesso e, in effetti, le tre tracce citate denotano una mano diversa, con una capacità espressiva apprezzabile, sebbene più prevedibile di quella mostrata da Suranovich nelle restanti sette canzoni.
Il basso elettrico si distingue per le sue frasi mobili e ricche di note, non intrusive, sempre significative e in grado di adattarsi con grande flessibilità agli arrangiamenti di Lee. In questo quadro, vanno sottolineate la avvincenti costruzioni della linea del basso in “Singing Cowboy” e “Robert Montgomery”. Da notare, inoltre, l’uso che Fayad fa del pedale fuzz applicato al suo strumento, presente, oltre che nella già menzionata “August” anche per rendere più ruvido e aspro il proprio suono in “Robert Montgomery” (ascolto dal minuto 1.30 al minuto 2.10 e dal minuto 3.02 fino al termine) e in “Talking In My Sleep” (dal minuto 1.05 al minuto 1.23 e dal minuto 1.56 fino al termine).
Jay Donnellan è l’elemento della band che contrassegna in misura più evidente la svolta sonora dei Love, trasformati dalle recenti vicissitudini. La sua chitarra è protagonista di un considerevole numero di parti soliste lungo tutto l’album, condotte con una sicurezza e una maestria encomiabili, in contrasto con l’anonimato pressoché totale del musicista. Le sue corde sono ininterrottamente impegnate a descrivere fraseggi agili e interessanti, perfetti per il rock deciso e melodico che Lee desiderava incidere nei solchi di questo vinile. Le colorite vibrazioni del chitarrista, dotate di una consistenza e di una personalità che avrebbero meritato una fama ben più ampia, sono modificate da una distorsione calda e di robusta intensità. Essa elude però effetti estremi in favore di una tecnica pregevole e diretta, che giunge con istantanea energia all’ascoltatore, orientando l’intero album in direzione di un rock propulsivo e immediato.
Il canto di Lee, che spesso ricorre al suo caratteristico tono alto e appassionato, appare meno levigato e rifinito, se confrontato con le sue parti vocali in “Forever Changes”, aderendo così al cambio di genere musicale effettuato nel frattempo dal musicista californiano. Il suo timbro inconfondibilmente toccante e leggero raggiunge anche momenti più combattivi, mentre la linea vocale è in non poche occasioni raddoppiata con apposite sovraincisioni al fine di aumentarne lo spessore (ad esempio, in “Good Times”, “Singing Cowboy” e “Always See Your Face”).
Un altro artificio di studio che pervade l’Lp è il riverbero aggiunto a registrazioni ultimate dai tecnici della casa discografica. Con l’intenzione di conferire maggiore profondità e fascino al suono complessivo, esso sfuma molti particolari, i quali divengono quindi più difficilmente riconoscibili. Inoltre, il riverbero si percepisce a tratti in modo eccessivo per quanto riguarda la batteria e la voce, distorcendo in maniera inappropriata alcuni (pochi, fortunatamente) attimi del disco.
“Four Sail” arriverà appena al numero centodue della classifica americana e non comparirà nemmeno in quella inglese, incrementando in questo modo i tanti vergognosi casi in cui una musicalità rock di livello molto alto viene brutalmente accantonata. La buona reputazione che questo album ha parzialmente recuperato nel corso degli ultimi decenni non è però ancora sufficiente a rendergli pienamente giustizia.
Un discorso analogo è possibile anche per i tre musicisti che accompagnano Lee nell’album: il calore e la vitalità delle loro rispettive performance sono nettamente positivi e sicuramente da ricordare come dimostrazioni di trascinante passione per la musica. Essi continueranno a suonare nei Love approssimativamente per un altro anno, tra concerti e un altro paio di Lp di minore qualità, per poi scomparire dalla scena nei primi anni 70.
Con “Four Sail” Arthur Lee si conferma un musicista, compositore, arrangiatore, produttore e cantante di enorme valore, estremamente sottovalutato rispetto ai suoi meriti artistici reali. Qui egli riesce ad andare oltre il genere pop-rock psichedelico del recente passato, superando le grosse difficoltà comportate dal rinnovamento della band e vincendo brillantemente la sfida impostagli dal dover dare degnamente seguito a un’opera incantevole come “Forever Changes”.
P.S.: Nelle liner notes di “Four Sail”, troviamo anche l’armonica tra gli strumenti suonati da Lee. Si tratta però di un errore, molto probabilmente dovuto al fatto che tra i brani scartati dalla Elektra al momento della pubblicazione, rientra anche un caso nel quale compare effettivamente l’armonica. Il pezzo in questione finirà poi sul già citato e deludente Lp successivo (“Out Here”).