Il progetto Ahmed nasce con la volontà di riportare alla luce l'opera di
Ahmed Abdul-Malik, jazzista afroamericano di Brooklyn. Nato Jonathan Tim Jr. da genitori immigrati dai Caraibi, Abdul-Malik è stato un contrabbassista e suonatore di
oud che ha saputo unire il linguaggio del jazz con le tradizioni del Nord Africa e del Medio Oriente. Dopo aver studiato violino, pianoforte, violoncello e basso fin da giovane, si immerse nelle sonorità arabe, siriane e dell'Africa occidentale.
Convertitosi all'Islam e adottato il nome Ahmed Abdul-Malik, cercò di ridefinire la sua identità nera tramite un'espressione sonora che ha da sempre esplorato innesti tra jazz e timbri arabi, spingendo il linguaggio afro-americano verso nuove geografie sonore. In carriera suonò accanto a giganti come Art Blakey,
John Coltrane e
Thelonious Monk, e fu tra i primi a guidare delle sessioni che incorporavano
oud e ritmi non occidentali, specialmente nel suo album "Jazz Sahara" del 1958.
Il gruppo Ahmed prende proprio da questi materiali, definendoli il punto di partenza per una reinterpretazione che rielabora quei classici attraverso gli idiomi improvvisativi contemporanei. Joel Grip porta il contrabbasso a farsi scudo e lancia al tempo stesso; Pat Thomas innesta un pianoforte che nell'originale non c'era, e che sposta il centro di gravità dell'intera operazione. Ne scaturisce una tessitura d'avanguardia jazz, un moto free-form che strizza l'occhio a Cecil Taylor e
Peter Brotzmann piuttosto che a un'idea di
world music che, avendo sostituito gli strumenti, risulta pertanto assente: una scelta capace di eludere qualsiasi stereotipo di appropriazione culturale.
Sferzanti e convulse, le quattro reinterpretazioni dell'album si avvolgono e si sovrappongono in
trance di linee ossessive, con gli esecutori, armati anche di un feroce Antonin Gerbal alla batteria e un sax stridulo suonato da Seymour Wright, che innestano vere e proprie detonazioni timbriche. È una catarsi senza briglie, con architetture talvolta disorientanti, altre volte cicliche con un'ostinazione quasi maniacale. Imprevedibile come se fosse entropia
Pollockiana, emerge un lavoro euforico di puro delirio ipnotico e una delle uscite più sbalorditive del jazz contemporaneo.