Spencer, Luke, Ben, Nathan e Maggie da Santa Cruz: è la parca biografia che i First Day Back concedono sulle varie piattaforme streaming e social sulle quali sono presenti. Del resto, c'è poco da dire su influenze e percorso di formazione, quando la musica di una band parla così chiaro: Midwest
emo struggente, duro quando c'è da assestare un colpo forte come un chiodo piantato dritto nel cuore, con le chitarre al centro del suo universo, ma conscio della lezione degli
American Football e quindi arricchito da sortite d'archi o d'armonica - in luogo della leggendaria tromba del gruppo di Urbana.
"Sure, Ok" è un arrembaggio all'anima gestito con chitarre esplosive e la voce rauca e spezzata di Maggie, che ci inizia così a parlare di urla e pugni scagliati al pavimento della cameretta, genitori difficili e la solita provincia che permea ogni poro. Mentre al piano di sopra ("Upstairs (212)") si consuma un incantesimo malinconico per chitarra e violoncello.
Si soffre, ma non si smette mai di sperare in queste stanze dei sobborghi e così succede anche una "Us" movimentata da chitarre con un accenno di sorriso e armonica a bocca. Ecco, questa opera prima intitolata "Forward" non inventa nulla e si immette in un canone ben definito, ma i dettagli e l'urgenza sono pregevoli e scatenano interesse. Una trovata qui, una trovata là, ma soprattutto la voce penetrante di Maggie, che in "Wait, Do You Hear That" raggiunge la fragilità di Dana Margolin (
Porridge Radio).
C'è anche da stordirsi, quando le varie "Gone On" e "Lines" fanno infuriare
fuzz e distorsori come la scuola dei
Sunny Day Real Estate comanda. Sono quindi trentaquattro minuti di musica familiare, ma interpretati con la foga di chi ha i sentimenti che gli esplodono in petto.