Tra vette altissime, stagnazioni e passaggi a vuoto, la navicella
Orb - da tempo ridotta al solo Alex Paterson affiancato ancora una volta da Michael Rendall - prosegue il suo viaggio lungo oltre un trentennio, dimostrando di aver raggiunto un virtuoso punto di equilibrio, che le consente di mantenere qualità rinunciando alla volontà di stupire. Archiviata definitivamente ogni (discutibile) sperimentazione, questo diciottesimo album mira a ribadire i tratti essenziali di uno dei marchi imprescindibili dell'era d'oro dell'elettronica inserendosi nella scia di quanto proposto in anni recenti da altre compagini seminali quali
Leftfield e
Orbital.
Partendo da questo presupposto, "Prism" è un lavoro riuscito, un itinerario che contiene tutti gli ingredienti dell'artigianato di Paterson - house, dub, ambient - adoperati quasi sempre con una padronanza invidiabile, corroborata da un'ispirazione ancora viva e vitale.
Non c'è nulla qui che possa spiazzare, le coordinate sono quelle di sempre e lo sono anche i riferimenti - chi non ha pensato a "
The Dark Side Of The Moon" in relazione a titolo e copertina? - ma ciò nulla toglie all'efficacia di un suono che almeno a tratti riesce ancora a essere magnetico.
"H.O.M.E High Orbs Mini Earths" è il classico decollo morbido a base di synth ariosi e partiture orchestrali, che proietta verso una house ipnotica dalle pulsazioni profonde, battiti marcati che strutturano ugualmente la successiva "Why Can You Be In Two Places At Once, When You Can't Be Anywhere At All... (Where's Gary Mix)" introducendo l'amore per il reggae, esibito in modo sfacciato in "A Ghetto Love Story".
Nel ventaglio sfaccettato generato dal prisma Orb trovano poi posto ugualmente il pop a presa rapida di "Tiger" e il
drum 'n' bass serrato - con Rachel d'Arcy alla voce - di "Living In Recycled Times", preludio del conclusivo dilatato volo atmosferico della
title track, il cui sentore cosmico completa il viaggio attraverso le diverse anime di un suono che è e rimane storia.