Space Camp - Gold Star

2023 (autoprodotto)
"non-denominational, non-binary hardcore"
Di stanza in quel di South Windsor, nel Connecticut, June Violet Aino (tastiere, trombone e voce) e Daisy Josefa (batteria, percussioni, basso e voce) sono i responsabili del progetto Space Camp, che dal 2013 agita il sottobosco americano con dischi spesso sconclusionati e dissoluti, ma sempre vitalissimi nello sbattere la testa tra echi di punk brutalmente artistoide, noise-rock incendiario, post-hardcore e fiero orgoglio LGBTQ (non a caso, la loro musica è stata definita anche “non-denominational, non-binary hardcore”).

Introdotto da una “Space Camp Intellectual Property Lawsuit” che getta un ponte tra una pièce di musica da camera d’avanguardia e le torride trame del massimalismo noise-rock, “Gold Star” svolge in nemmeno mezz'ora un solidissimo esercizio di dissacrazione, che prosegue nel solco del precedente “Overjoyed In This World” (2020), ma con più rumorosa enfasi e con più austera consapevolezza.
Muovendosi tra scansioni industriali, urla viscerali, agonie elettriche e archi che mugugnano un’inquietudine che fa fatica a tramutarsi in voce chiara e definita (“Crunch House Bathroom”), synth che sgomitano senza tregua, per spolpare anche trame più punk, fino a sfigurarle in direzione dell’estetica spazzcore dei Locust (“We Have Decided to Stan Forever”, “Wildfire”), Aino e Josefa continuano a dare sfogo alla loro visione del mondo, dove rabbia e disperazione surclassano labili tracce di speranza.
Se “I Can't Feel It Anymore” potrebbe essere usata per dare conto della loro idea di ballata (distorta, barcollante, disturbante), la spernacchiante “Rest Cure” fa pensare a una rivisitazione post-moderna degli assalti truculenti dei Tragic Mulatto, una band che aveva nello sberleffo, nella bruttura e nella chiassosa dissoluzione la sua triade divina e che, quindi, funziona alla grande anche come termine di paragone per la successiva “Personal Failure As Spiritual Weakness”.

Il mondo in cui vivono gli Space Camp è quello che tutti conosciamo: nichilista ad oltranza, sull’orlo del disfacimento, un grosso casino (apparentemente) senza capo né coda. Eppure, c’è sempre ancora tempo per darne testimonianza. In tal senso, il requiem finale di “Deathless Forever” è perfetto per sonorizzare quel collasso che tarda ad arrivare, ma che è già qui insieme a noi.
Nel frattempo, mentre tutto continua ad andare alla deriva, è lecito aspettarsi, al prossimo giro, un disco che faccia davvero fare il botto agli Space Camp.

Tracklist

  1. Space Camp Intellectual Property Lawsuit
  2. Crunch House Bathroom
  3. I Can't Feel It Anymore
  4. We Have Decided to Stan Forever
  5. Wildfire
  6. Violets
  7. Rest Cure
  8. Personal Failure as Spiritual Weakness
  9. Deathless Forever

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