Sing for me, brother
Sister and son
Sing for the brave and old
Scandinavian gods
Giocano sul sicuro, i Candlemass all’altezza del loro tredicesimo album in studio: la voce di Johan Längquist solenne e teatrale come agli esordi, le composizioni del bassista Leif Edling tenebrose e dannate come da tradizione. I dieci brani sono un compendio di melodie, sviluppi e tematiche doom-metal con slanci epici che fanno sentire a casa ogni appassionato, riportando per un attimo a trent’anni fa.
Il massimo della creatività che ci si concede è lo spaziare tra varie declinazioni dello stesso sound: un tenebroso riff che si ripete ossessivo (“Wizard Of The Vortex”, “Angel Battle”, “Goddess”); una melodia vocale drammatica condita da un assolo che richiama la tradizione heavy-metal (“Sweet Evil Sun”, “Black Butterfly”); un’accelerazione che raddoppia la velocità e sveglia dal torpore lugubre della scaletta (“Crucified”) o, ancora, il dolore che si fa struggente e si ammanta di romanticismo (“When Death Sighs”).
In “Devil Voodoo” tentano una composizione meno lineare, scegliendo il modello ben conosciuto che vede l’introduzione acustica sfociare in una cavalcata arrembante, come insegnato dagli Iron Maiden quarant’anni fa.
Alla fine, però, il brano che merita di essere ricordato è “Scandinavian Gods”, perché, pur nella formula classica, supera gli altri per intensità: un ritornello cantato con il raddoppio delle voci, i fendenti di chitarra che lasciano spazio a un sustain generoso, una batteria che, pur senza particolari guizzi, opta per un ritmo meno lineare e più dinamico.
Da quando sono risorti dalle ceneri, i Candlemass suonano come un tributo a se stessi, e con questo concetto ben fissato nella mente ci si dovrebbe approcciare a "Sweet Evil Sun". Un album che segue formule ben conosciute, senza sostanziali novità, pubblicato da una formazione che è ormai ancorata al proprio, anche glorioso, passato. Solo per completisti e fan.