Quando nell'ottobre del 2020 è uscita “Usseewa”, solo i più lungimiranti avrebbero potuto immaginarsi l'impatto che una simile canzone avrebbe scatenato. Certo, una voce come quella di Ado è merce rara, a maggior ragione quando chi ne ha dispone non ha neanche vent'anni, ma ce ne vuole ad arrivare col singolo di debutto, col solo carisma della propria espressività vocale (poco altro si sa sulla cantante) e un testo ben oltre la glicemia diabetica tipica del
j-pop da classifica, a essere definiti come portavoce del malcontento di una generazione intera. Tant'è però, e con la rabbia di uno “Stai zitto!” in
slang che ha scandalizzato genitori e insegnanti in tutto il Giappone, la giovane star si è immediatamente posta come la solista più affermata della sua generazione, tracciando, singolo dopo singolo, un percorso tra i più eclettici del pop nipponico contemporaneo.
L'attesa per l'album era insomma altissima, e “Kyogen” ripercorre un anno e mezzo di avventure e successi con la compattezza che gli compete. Tempestoso, perfettamente inserito nel virtuoso dinamismo della sua interprete, il disco è una capsula impazzita di attitudini e riferimenti, tenuto con la forza di una personalità che non vuole conoscere limiti. Non che ne possa avere: col sostegno di autori/produttori
Vocaloid di notevole peso, Ado è regina nel suo castello, dominatrice di ogni singolo passaggio, a suo agio sia nei momenti più scattanti che nei rari episodi più struggenti. Non che la
ballad d'ufficio “Aitakute”, per quanto ben espressa e interpretata, sia realmente indicativa dell'eclettismo della cantante, che trova invece pane per i suoi denti nel pamphlet
electro-latin-jazz (!) di “Odori”, pura frenesia massimalista capace di unire reggaeton, segmenti glitch e caos melodico alla
BLACKPINK/Itzy in un solo, stritolante abbraccio.
Se le fantasie emotive di “Domestic de violence” si avvalgono di una svagatezza che di certo contrasta col tema lirico, con “Lucky Brute” si getta luce su un lato più cinematico, archi robusti e slancio epico, per quanto imbizzarrito da una nervosa linea di basso.
Il gioco va avanti così, scoperta dopo scoperta, poco importa che sette dei brani fossero già stati distribuiti come singoli: certo, tanta difformità può risultare frastornante, e in effetti è anche il limite maggiore dell'album. È impossibile però rimanere indifferenti all'energia di una ragazza con una prospettiva così vitale, capace pure di tradursi in
banger da discoteca (le fantasie electro-funk di “Motherland” esempio principe). Ci sarà tutto il tempo di trovare un'opportuna sintesi tra le varie tangenti. Oppure la questione potrebbe diventare ulteriormente complicata, chi lo sa. Certo è che in neanche due anni dal debutto Ado è il nome da seguire in materia di
j-pop.