E se il segreto per dare nuovo slancio alla carriera solista di
Ringo Sheena fosse metterla temporaneamente da parte? Con una doppietta di album ben sotto gli standard che avevano contraddistinto il primo decennio, è meglio rivolgere i propri orizzonti, facilitare il recupero creativo dando pieno sfogo a progetti paralleli. Per fortuna dell'esplosiva rockstar giapponese, aver lanciato un percorso parallelo di grande successo con i Tokyo Jihen le consente di avere a disposizione un'arma fondemantale, onde trovare nuova freschezza e slancio.
Riprese a sorpresa le attività del gruppo l'anno scorso, dopo che nel 2012, alla fine del tour per "
Daihakken", ne fu annunciato lo scioglimento, con "Ongaku" il quintetto non tradisce le sue solide fondamenta jazz-rock, ma dà loro un lustro del tutto diverso, le sposa a una scrittura svelta, dinamica (anche più del solito), dalle cromie luccicanti, tanto testimone della vitalità di funk e hip-hop quanto capace anche di convintissime sviate pop.
Se è vero che non è la prima volta che questo si verifica, stupisce come il lavoro su composizione e arrangiamenti non rechi pressoché mai il contrassegno di Sheena, piuttosto impegnata a riversare se stessa, quasi alla maniera di un autentico spaccato di vita, nei testi per il disco. Stupisce, ma a conti fatti è una mossa vincente: vero lavoro di squadra più che un mero esercizio per
sessionmen d'elezione, "Ongaku" appare come un album che veramente lascia trapelare l'anima dei suoi membri, ne mostra la ricca dinamica creativa.
La spiegazione di tanta esuberanza, tanto senso del colore, è tutta qui: non meno sofisticato nei passaggi di un "Adult", sicuramente ben più frizzante, il disco gioca meno con la complessa teatralità della leader e aggiorna il poliedrico lingaggio della band al contesto pop-rock 2021, col tastierismo di Ichiyo Izawa che si comporta da assoluto mattatore. Dall'assetto jazz di base fuoriescono quindi i più diversi vettori, pronti a non lasciarsi intimorire da ben più giovani colleghi.
"Dokumi" dà loro modo di approfondire il loro gusto per la jam strumentale in un elegante momento di classe esecutiva, che combina la sagacia dei loro esordi con spiritati assoli funk e svalvolati intarsi tastieristici. Quando "Inochi no tobari" pare prendere la strada della
power ballad, bastano però accorti contributi di spazzola e uno spaccato di chitarra alla
Superfly per scongiurare ogni melodramma posticcio.
Nubi al neon cullano i divertiti, più intimi accenni
arty di "Ogonhi", e laddove "Ao no ID" consente a Sheena di ricavare una delle sue interpretazioni più convinte da anni a questa parte, la sua sorella cromatica "Aka no dōmei" accentua i dettagli ritmici e l'imprevedibilità compositiva, accostando a una smagliante espressività jazz-rock improvvisi voltafaccia hip-hop e una brillante ripresa del tema iniziale, appena variata negli accordi.
Tra la ciondolante sospensione di "Ginga-min", lo smalto chitarristico di "Kemono no kotowari" e i fragori
noisey di "Kusurizuke", una scarica a cui affidare tutta l'intensità inespressa, il catalogo dei Tokyo Jihen si arricchisce di un nuovo crepitante capitolo, uno che conversa col passato e col presente senza grossi timori.
Si arriva ai fasti di "Sports"? Forse è meglio dimenticare l'inarrivato equilibrio del capolavoro di dieci anni fa, ci sono in compenso energia e colore sufficienti da giustificare lo "scongelamento" del marchio Tokyo Jihen. E chi lo sa da qui quali altre evoluzioni potrebbero sortire...