Inutile cercare giustificazioni intellettuali o concettuali per la proposta del gruppo americano: i Video Age inseguono con leggerezza e senza pretese le gioie e delizie del pop anni 80, condividendone la forza terapeutica e antistress.
Prince,
B-52,
Sade,
Parliament e
Janet Jackson sono le influenze dichiarate dai due co-leader Ross Farbe e Ray Micarelli. Nulla che non trasparisse già nei precedenti album “Living Alone” e “Pop Therapy”, che hanno visto evolvere le attitudine della band dal
bedroom-pop all’
hypnagogic pop, affinando la dotazione tecnica con un occhio a strumenti vintage opportunamente recuperati al fine di ottenere un suono “autenticamente sintetico”.
Dopo aver, con questi presupposti, tagliato fuori almeno un 70% dei potenziali lettori, va subito detto che i Video Age non vengono mai meno alla loro funzione di giocolieri di vibrazioni passate. Pur senza mai travalicare i confini di quel synth-pop diventato oggetto di band dal curriculum più blasonato,
Tame Impala e
Ariel Pink su tutti, la band ha ulteriormente smussato alcune sonorità più sperimentali, lasciando alla melodia il giusto spazio per catturare un ascolto fugace: il languido e pregevole tocco di romanticismo d’antan di “Comic Relief” e i richiami a
Paul McCartney nella ballata
mainstream “Meet Me In My Heart” sono due fulgidi esempi della loro arte citazionista e gradevolmente ruffiana.
Pur nella sua ordinaria semplicità pop, “Pleasure Line” risulta a tratti divertente, alla maniera dei
Metronomy. Ciò avviene nell’ottima “Aerostar”, un vivace brano
hypnagogic scelto efficacemente come singolo, e nello spensierato finale dell’album, scandito dalle ingenue e giocose sonorità easy-pop di “Good To Be Back”.
Un pizzico in più di funky (“Shadow On The Wall”), un tocco soul perfetto per una programmazione in stile Montecarlo Night (“Blushing”) e l’accenno alla fusion nel suono dei synth che introducono l’esotico romanticismo di “Sweet Marie” donano un po' di spessore alla proposta dei Video Age. La formazione americana resta abilmente nei confini di una musica pop raffinata e senza pretese, lambendo perfino il territorio delle
boy-band (“Pleasure Line”, “Maybe Just Once”), senza provocare l’orticaria.
Per quei pochi che ancora sono rimasti a leggere di questo album, potenzialmente alieno per i lettori di una webzine rock, un’ultima raccomandazione: divertirsi ogni tanto è necessario e salutare, e i Video Age sono senza dubbio abili maghi del disimpegno, ma maneggiate questo disco con cura e senza esagerare. Le dieci innocenti
pop song di “Pleasure Line” sono concepite per restare in superficie; per emozioni più intense e durature, volgere lo sguardo altrove.