Produttore, multistrumentista, compositore, già membro del gruppo vincitore di un Grammy Award (i Grupo Fantasma: una formazione di musica latin-funk), collaboratore di
Shawn Lee e componente a vario titolo di altre formazioni (Brownout, Spanish Gold, etc.), Adrian Quesada gioca con l’effetto nostalgia per il nuovo progetto a due voci Black Pumas.
Ispirato dal suono Motown e dal soul-jazz-hip-hop di
Ghostface Killah, il musicista ha messo insieme negli ultimi due anni una giusta dose di idee liriche, nell’attesa di trovare una voce adatta. La scelta è caduta su Eric Burton, un artista di strada segnalato al produttore da un amico, un cantante dotato di un ottimo timbro soul e di personalità, ma soprattutto di quella purezza
naif necessaria a svincolarlo dal rischioso e stantio effetto retrò.
Il risultato è un mix di soul e r&b dai toni garbati e familiari, lambito da fluidi psichedelici e da accenni
roots che assimilano la musica del duo a
Curtis Mayfield, Bill Withers e Sam Cooke. I due musicisti di Austin pescano sapientemente nell’immaginario cinematografico della
blaxploitation (“Fire”), nell’impetuosa sensualità della black-music (“Know You Better”), restando ancorati alle radici texane (“Black Moon Rising”) e preservando quella flessuosità ritmico/armonico necessaria per poter mettere a segno almeno un paio di potenziali
hit single: l’r&b alla Al Green “Colors”, e la ballata in stile Otis Redding “OCT 33”.
E’ innegabile che l’effetto
deja-vu sia parte fondamentale del soave fascino dei Black Pumas, in converso, lo stesso tiene lontana qualsiasi velleità sperimentale, assecondando con classe e gusto la natura vintage della loro proposta.
La flessibilità vocale di Eric Burton, unita a un’architettura sonora essenziale (tempi ritmici asciutti, assetto strumentale quasi acustico, organo e fiati che non invadono mai il campo), garantiscono una soddisfacente versatilità, ferma restando un’uniformità delle intonazioni che non intacca la godibilità dell’insieme.
L’album alterna leggerezza (“Old Man” sembra uscire da un disco di George McCrae) e spiritualità (“Sweet Conversations”), lasciando spazio anche a limpide influenze blues (“Touch The Sky”) e ad altre sparute citazioni stilistiche (il white-soul di “Stay Gold”, il leggero tocco jazz/groove di “Confines”), senza mai cedere alla routine.
L’esordio dei Black Pumas è una stimolante proposta in chiave soul/r&b revival, un progetto che senza rivoluzionare la scena
black, offre un gradevole e credibile
patchwork di atmosfere retrò, perfette per queste assolate giornate estive.