Di che sostanza sono fatti i sogni? Chi è veramente colui che sogna? Qual è la colonna sonora delle nostre fantasie? Marleen Nilsson e Anders Hansson da anni tentano di dare una risposta esaustiva a queste domande, ma la complessità del mondo dei sogni non è facile da racchiudere in un nugolo di canzoni o di parole.
Nel corso degli anni i Death And Vanilla hanno esplorato pure il lato oscuro dell’immaginazione, scoprendo che anche dietro gli incubi si nascondono illusioni e speranze. Come dimenticare, a tal proposito, la sonorizzazione live del celebre film horror di Carl Theodor Dreyer (1932) “
Wampyr”, o del drammatico e inquieto “
The Tenant” di Roman Polanski.
Con “Are You A Dreamer?” la band svedese sposta di nuovo l’attenzione verso il formato-canzone, restando fedele a un avvolgente e crepuscolare pop in stile
Stereolab/
Broadcast. Come anime racchiuse in bolle di sapone, i Death And Vanilla modulano moog e mellotron come se fossero tappeti volanti. Marleen Nilsson canta con toni ancor più esili e il basso colma solo alcuni dei vuoti lasciati in sospeso nell’architettura delle composizioni, mentre il suono delle chitarre è ottenebrato da fumi lisergici in cui l’erba è stata sostituita dai fiori.
A dispetto dell’immutato mix
baroque-psychedelic-cinematic-dark-longuejazzy-muzak-exotica-dream-pop, “Are You A Dreamer?” è l’album più accessibile e diretto messo in campo dagli svedesi.
Ci sono infatti flussi
surf-beat che si insinuano nel delicato
songwriting di “Let’s Never Leave Here”, mentre un febbrile
loop armonico anima la
kraftwerkiana “Eye Bath”: il singolo più potente mai partorito dai Death And Vanilla, con elementi che ravvivano le ipnotiche miniature
soundscape-pop della formazione svedese.
La band di Malmö rafforza il legame tra sogno e psichedelia con un linguaggio sonoro potente, fresco e frizzante, dove toni sbiaditi e vaporosi si contrappongono a suoni ruvidi. Queste otto nuove composizioni rappresentano un ulteriore passo in avanti verso un’atipica forma espressiva pop, nella quale al suono delle chitarre e delle percussioni subentrano vibrafono, cetra, organo e mellotron.
Non è casuale l'ingresso in formazione del batterista Måns Wikenmo: è infatti questo l’elemento che contribuisce a svezzare il
mood più riflessivo, aprendo le porte ad atmosfere conturbanti alla "
Twin Peaks" nella drammatica “Nothing Is Real” e a sfumature pop-psych anni 70 nel solenne e memorabile
refrain di “Vespertine”.
Sono avvolgenti le melodie di “Are You A Dreamer?”, mai inclini a svelare del tutto il loro fascino, nonostante “A Flaw In The Iris” sia il brano più romantico del repertorio della band. Anche se spetta a “Mercier” il compito di attrarre i più distratti, con il suo vorticoso ondeggiare di synth ai limiti dello shoegaze (quasi alla maniera di
Jane Weaver).
Perfetta sintesi di tutte le anime finora esposte dai Death And Vanilla, la nuova creatura di Nilsson e Hansson ostenta una scrittura più solida, ben radicata in quella eterea malinconia che brani come “Wallpaper Pattern” catturano con ineffabile eleganza. Per i Death And Vanilla è giunto il momento di uscire allo scoperto, e non potevano farlo in modo migliore.