Prima o poi dovremmo disegnare una bella mappa della Hubro, una sorta di Google Maps dove poter trovare le connessioni tra i mille gruppi che prendono vita all'interno del meraviglioso catalogo dell'etichetta norvegese. Anja Lauvdal (pianoforte, organo), Fredrik Luhr Dietrichson (contrabbasso) e Hans Hulbækmo (batteria, vibrafono, percussioni) hanno dato vita al progetto Moskus a inizio decennio, da una costola della ben più nutrita orchestra jazz
Skadedyr. I tre ragazzi suonano come veterani, mescolando be-bop, jazz d'avanguardia e quell'attitudine
naif che rende i dischi della Hubro così speciali.
L'etichetta di Oslo ha preso il posto della Rune Grammofon nell'immaginario collettivo del pubblico rock: un marchio che si ispira alla formula della Ecm, dove il risultato è superiore alla somma degli addendi (jazz, avanguardia, folk, ambient, elettronica, rock ecc.). “Mirakler” è il quarto album dei Moskus, pubblicato a due anni di distanza dal precedente “Ulv Ulv”.
In scaletta una dozzina di brani che superano solo in un caso i cinque minuti di durata: dal jazz in silhouette di “Sang Til C”, all'allegria contagiosa della cantilenante “Irsk Setter”, passando per i brevissimi intervalli di “Bolero Blues” e “Haiku”.
Hans Hulbækmo colora l'atmosfera delle melodie con i timbri esotici delle sue percussioni, costruendo tappeti sonori per il contrabbasso di Fredrik Luhr Dietrichson e gli organi e i sintetizzatori di Anja Lauvdal. La leggerezza della musica ricorda l'irresistibile proposta dei conterranei
Building Instrument. Stupisce la capacità di ammaliare con la semplicità dei settantotto secondi di “Min Venns Skaperverk” e poi subito dopo intrappolare i neuroni in una danza free-jazz che potrebbe durare un'intera ora, “Jailhouse Art Music”.