Non si può dire che per il suo disco della ribalta, il proprio
magnum-opus come è stato definito, Kai Hugo non abbia predisposto ogni cosa nel minimo dettaglio. Un personaggio da ergere protagonista di una storia, magari pescato da una serie di largo successo ("X-Files") ma abbastanza defilato da non balzare immediatamente all'occhio. Posizionare lo stesso all'interno di un
setting preciso e facilmente riconoscibile (le estese spiagge della California, ad esempio, la nuova terra del
producer dai Paesi Bassi), infondergli nuova vita e donargli un contesto specifico, non importa se sia del tutto inventato e supportato da video e interviste totalmente fasulli, pieni di accostamenti improbabili e trasmessi da emittenti-fantoccio. Infine, donargli la capacità di potersi esprimere in maniera “autonoma”, lasciando trasparire suoi pensieri e riflessioni nella più ampia naturalità di approccio possibile.
Ecco costruito il mondo entro cui si muove Cindy Savalas (già comparsa in un precedente lavoro di Hugo, sempre sotto la firma Palmbomen II), l'alveo entro cui far scorrere pensieri e parole, tra passaggi onirici, inquietanti stacchi ritmici e un mutevole inquadramento atmosferico, in un progetto che non si risparmia di certo nella durata. Risultato dell'accorpamento dei brani contenuti nei quattro Ep pubblicati lungo tutto il 2017, la compilation “Memories Of Cindy” raggruppa l'intera storia in un progetto unitario, un flusso di oltre novanta minuti di musica che presenta al meglio l'ispida e stranita mescola abstract-house del produttore, dalla fortissima caratterizzazione e dal notevole impianto narrativo. Anche con simili qualità, il discorso rimane però spesso troppo avvolto dal mistero.
Da micro-filone staccatosi dai dettami della house più usuale per riscoprire aspetti
underground e
lo-fi lasciati fuori dalla conversazione generale, nel corso del tempo la variante
abstract ha codificato un linguaggio aspro, sgranato, dall'estetica facilmente riconoscibile, che ha attratto nel mentre stuoli di
producer. Kai Hugo indubbiamente vanta un'esperienza di lungo calibro nel settore, con la sua preparazione nei progetti dimostra di saper gestire la materia con tutta la personalità del caso.
La considerevole lunghezza di “Memories Of Cindy”, per quanto giustificata dalla natura stessa del materiale, finisce però col disperdere le pur notevoli intuizioni del
producer olandese e appiattirne la portata eversiva, attraverso un prisma espressivo che fa poco per evadere dalla ripetizione e da una certa staticità compositiva.
Anche le scelte timbriche, per quanto indubbiamente offrano uno spaccato piuttosto ampio di possibilità e di registri (in particolare, dal punto di vista emotivo), non si sottraggono da una fissità nei moduli che un po' ne vanifica il reale trasporto comunicativo, ben più evidente invece nei brani presi singolarmente. La corposa narrazione riesce comunque a strappare qualche buon passaggio.
Con un alone di sinistro conturbamento a modellare l'atmosfera dell'intero disco, anche in quei momenti in cui la spinta ritmica indirizza verso una compattezza da club, il lavoro si pone quasi a paradigma di quei
topoi che verosimilmente costituiscono tutto il filone più astratto, anche e soprattutto dal punto di vista sonoro. Ipnotica e agghiacciante, pervasa da un'atmosfera spesso mortifera, la house di Palmbomen II ripesca costrutti
wave, dream ed Ebm per sporcare le sue costruzioni più ballabili, oppure giocare con i costrutti di certa ambient più intossicata per i vari intermezzi/frangenti confessionali di Cindy, come inquieto supporto al racconto e ai frammentati monologhi.
Passando oltre la necessaria impalcatura espositiva, il discorso prende quota in quei frangenti in cui la ricombinazione dei vari elementi si traduce in motivi dall'irresistibile afflato dance, ma dal coinvolgimento oscuro e destabilizzante, per un intrigante dualismo fruitivo. “IAO Industries Video” gioca la carta del vigore e della durezza industrial, destrutturando la dolcezza ipnotica del
groove sintetico attraverso un martellante tappeto di
beat affilatissimi. “145” flirta con gli scenari assolati di Los Angeles e imbastisce un manifesto di “esotica” serenità, ampiamente caldeggiata dagli estatici commenti vocali e dalle stranite linee di synth. Se quindi “Seventeen” marcia tra garage e acid-house iniettandovi una fitta coltre di fumosi effetti ambient, “RTL Unifeeder” avanza anche discrete ipotesi melodiche, muovendosi con disinvoltura su un
drumming poverissimo e bizzarri incastri analogici. Il resto si adagia su una simile falsariga, diluendo però inesorabilmente l'intensità dei momenti più incisivi del lotto.
Per ambizione e capacità progettuale, indubbiamente Kai Hugo ha una marcia in più e un'abilità elaborativa che ne alzano il livello sopra tanti spenti interpreti del filone. Ciò risulta evidente anche in un lavoro come “Memories Of Cindy”, affascinante nell'impalcatura ma talvolta sfiancante nella sua estrema omogeneità di intenti e umori. Sarà interessante, insomma, valutarne il talento in un'opera più contenuta nel minutaggio: ora come ora, il
magnum-opus di Palmbomen II riesce comunque a sedurre e inquietare.