Prima di tutto, va detto: tutti vorrebbero terminare la propria carriera con un disco come “You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To”. Un disco che, con tutti i suoi momenti più scontati e spuntati, non può non rimanere come un ricordo piacevole, con il suo Americana lento e “spazzolato” (i Greater Pacific di “Whitey And Me”) che accompagna il drawl liso, sdrucito di Willy Vlautin.
“You Can’t Go Back…” segue poi il capolavoro, il concept tra l’opera teatrale e l’"audiobook" “The High Country”, e non può non rappresentare un ritorno alle origini (anche se non torneranno più, come giustamente ricordato nel titolo), un regalo da fare prima di tutto a sé stessi, e poi ai fan, come lascito alla memoria.
Nonostante le dichiarate scarse pretese, il disco si compone di una serie di concilianti ballate post-Springsteen che potrebbero venire dagli Uncle Tupelo (la bella “Tapped Out In Tulsa”), dalle quali traspaiono però orgoglio e commozione in egual misura (“Wake Up Ray”, il tono elegiaco della intro strumentale e del coro di “The Blind Horse”). E anche dal punto di vista della scrittura, pur nella generale medietà, non mancano le folate (l’energia pellegrina di “I Got Off The Bus”). Un mestiere che, peraltro, non è assente anche dai lavori di altri contemporanei più fortunati (“A Night In The City” non ha niente da invidiare a un brano di Phosphorescent).
Insomma, non si tratta di un addio alle scene sensazionale, ma forse quello che ogni personaggio pubblico di qualsiasi tipo si augura: chiudere circondato da quelli che ti hanno sempre sostenuto, che ti hanno seguito fin dai primi giorni, e farlo con una grande festa. Magari il primo locale in cui hanno suonato è diventato un mercatino vegano, o semplicemente è stato raso al suolo, ed è impossibile tornarci: ma non importa, con “You Can’t Go Back…” è chiaro che il passato è qualcosa a cui è inutile tornare, se non nella propria memoria.