A volte anche un buon disco fatto “alla vecchia maniera” può essere quello che ci vuole. Chi non conosce (e sono molti) il barbuto cantautore Americano, farà bene a non fidarsi del suo aspetto burbero, rustico: camicia di flanella con le maniche rimboccate, Ray-Ban, cappellino da baseball....
Anche in un disco sbandierato come il ritorno alle origini rock, quello che risalta di Anders Parker sono il timbro, l’espressività bizzarramente soul delle sue interpretazioni, ancora il marchio di fabbrica di questo nuovo “There’s A Blue Bird In My Heart”, suo ritorno all’Americana tradizionale dopo l’esperimento ambient di “Cross Latitudes”.
In questo nuovo lavoro, più che nel suo riuscito repertorio precedente, Anders Parker si caratterizza come perfetto outsider dell’Americana
midstream, con la ballata all’ukulele che potrebbe venire da un
Ben Bridwell (“Silver Yonder”) e il blues gracchiato di “Animals”, alla
Black Keys vecchia maniera, a farla da padrone.
Come spiega bene lo spirito insieme radiofonico ed essenziale della doppietta “Feel It” ed “Epic Life”, Anders Parker si ispira infatti all’espressività istintiva di
Grant Lee Phillips – ed è forse nelle digressioni di “The Road” e “Jackbooted Thugs (Have All The Best Drugs)” che il nostro perde un po’ le briglie, infatti.
Un buon modo per cominciare ad approfondire un artista semi-sconosciuto ai più, ma che nell’esordio solista “Tell It To The Dust” (2004) ha saputo dire parecchio, dimostrando una sensibilità melodica, anzi esplicitamente pop, che ogni tanto fa capolino anche qui, anche se in modo un po’ più “assuefatto” (“Don’t Let The Darkness In”).