L'anno scorso si concludeva la recensione di “Acousmatic Sorcery” invitando a fregarsene di come avrebbe suonato il seguito di un simile esordio, scarna e ruvida testimonianza in musica di una vita vissuta da
outsider, di un vagabondare sofferto ma fiero, che ben sconfessa certe tendenze hobo ultimamente aspirazione di parecchi musicisti. Naturalmente la sua storia ha giocato molto a favore della diffusione del disco e delle chiacchiere che ne sono scaturite: adesso però che si ha la possibilità di ascoltare il successore, ben pochi dubbi rimangono sulla caratura del suo firmatario.
Perché tutto sarà cambiato attorno a
Willis Earl Beal, l'esistenza da girovago oramai sarà un ricordo da serbare, e addirittura lo stesso potrà dilettarsi a seguire le gesta di Ulisse, lasciando che sia il suo alter-ego Nobody a prendere le redini del nuovo disco. Ciò non toglie che la stazza da blues-man viscerale e insolente, di cantore soul appassionato di hip-hop e
Bob Dylan, ritorni prepotente pure nel
sophomore “Nobody knows.”, il quale, memore e rispettoso delle origini del cantante, dà loro nuovo slancio e carattere, per un'esperienza d'ascolto totalmente diversa rispetto al debutto. Delusi ed entusiasti a questo giro potrebbero quasi bilanciarsi.
Dimenticatevi infatti della patina ronzante, della nepenenoyka gracchiante e di brani registrati su apparecchi di fortuna: se avete amato il fascino spartano di quelle undici canzoni e non sapete privarvene, sarà alquanto difficile che riusciate ad amare questo nuovo lavoro, frutto di maggiore meditazione nello sviluppo e in cui la componente “spontaneità” (ammesso sia mai esistita) viene diminuita drasticamente. Come già scritto, il Willis Earl Beal del 2013 è un artista che, pur riconoscente di quanto il passato gli ha offerto, ha decisamente voltato pagina: il lo-fi e le stranezze degli esordi, piuttosto che una necessità diventano uno strumento tra le sue dita, a cui far ricorso a proprio piacimento.
Classico ma mai classicista, il
sophomore dell'artista chicagoano, qui dedito a ogni aspetto del lavoro (produzione inclusa) lo vede spostarsi dall'enciclopedismo sferzante del suo incantesimo acusmatico, verso i primi decenni di sviluppo della
black-music, rinunciando alle escandescenze rap che avevano contraddistinto alcuni tra i suoi episodi più fortunati. Blues acustico, soul e gospel sono comunque cassettoni più che ampi da cui pescare per edificare il proprio spettacolo, e Willis/Nobody deve averlo capito benissimo, se si considera che le sue capacità espressive, già forti di grande maturità, adesso raggiungono piena consapevolezza di sé. Mica male, per uno sulla piazza da soli due anni.
Comunque sia, non è che serva poi molto a Beal per costruire ancora una volta piccoli gioielli: giusto un'inserzione di violino commenta il passionale a-cappella introduttivo “Wavering Lines”, senza scalfirne l'essenzialità e la carica emotiva, così come è un semplice giro di accordi, sposato a tastierine sfumate, a far da supporto al superbo blues di “Everything Unwinds”, che non si faticherebbe a ritenere un piccolo reperto dal passato. Nei frangenti maggiormente votati al soul, il Nostro rafforza altresì la sua levatura interpretativa, adesso sicura e sfrontata più che mai, anche in fruttuose collaborazioni: è il caso di “Coming Through”, sapido soul-pop d'annata in cui è nient'altro che
Cat Power a prestarsi allo scopo, riscoprendosi magnetica
performer.
Non che nelle escursioni in solitaria Willis sia da meno: il croonerismo ovattato per solo pianoforte di “Burning Bridges”, le malie notturne di “Nobody Knows”, appena increspate da un accenno di batteria spazzolata, lo spleen accorato di “Blue Escape” essenzialmente non fanno che ribadire la duttilità vocale di un cantastorie che nell'oscurità, al riparo da occhi troppo indiscreti, batte ostinato le strade del pathos più puro, senza alcun timore di scadere nello svenevole.
In tutta questa parata di numeri più eleganti e
moody, Beal non sacrifica però tutta quanta la sua componente eversiva, limitandosi a sfilarla dal mazzo soltanto per brevi incursioni (e forse per questo rendendola ancor più intrigante): i bidoni della spazzatura usati a mo' di percussioni nella magnifica “Too Dry To Cry” (un po' la “Swing On Low” del nuovo lavoro), piuttosto che gli echi
waitsiani nella dissonante e rabbiosa “Ain't Got No Love” certificano lo stato di salute di un musicista che ormai ha deciso di sì di muoversi in campi più battuti, ma di non lasciarsi sorprendere dalla prevedibilità.
Niente male, insomma, per chi da molti sembrava bollato a bruciarsi subito dopo il suo primo exploit. Calerà pure i panni di Nessuno, ma è decisamente meglio di tanti, tantissimi Qualcuno.