Garage-rock in salsa
sixties per il secondo album dei Moons, progetto capitanato da Andy Crofts, cantautore e chitarrista già noto per le sue formidabili prestazioni dietro l'organo Hammond nella band di
Paul Weller. Dopo il successo dell'esordio “Life On Earth”, con la
label “Acid Jazz Records”, a quattro anni di distanza il quintetto di Northampton non delude e alza ancora la qualità del suo rock genuinamente British, in bilico tra influenze blues e derive vintage figlie di una certa psichedelia.
Andy Crofts e soci - James Bagshaw alla chitarra, Ben Gordelier alla batteria, Thomas Van Heel alla tastiera e Thomas Warmsley al basso – scelgono però adesso la Schnitzel Records per un lavoro tanto spudoratamente malinconico da essere disponibile anche in vinile. L'influenza più chiara e limpida è sicuramente la canzone pop inglese di
Ray Davies, ma, tra le continue scorribande tra grandi orchestrazioni e sommessi arrangiamenti acustici, si avverte anche l'eco di
Pete Townshend.
“English Summer is a song we can all connect to and a social comment that the average British person talks about everyday. Its not just about observing though, its about the sound and feel. It can be any subject”. Così Andy Crofts racconta alla rivista Clash uno dei pezzi centrali di "Fables of History": “English Summer”, appunto. In effetti, questo senso di luminosa collettività, che ruba forse qualcosa alle liriche apocalittiche del
David Bowie-
Ziggy Stardust, è piacevolemente palpabile in ognuna delle dodici tracce, registrate presso l'Edwyn's West Heath Yard Studio, a Londra.
La musica dei Moons usa quindi il linguaggio della tradizione per disegnare la carovana della società, disegnando un affresco luminoso della routine quotidiana, intriso di sano
humour londinese, come nella calda ballata acustica “Jennifer (sits alone)”, o di arrogante giovinezza nella febbrile “Double Vision Love”, in cui melodie trasognate e leggiadre, contornate dalle linee dell'organo, si scontrano con l'incedere inquisitorio della chitarra e del
chorus.
E se intanto il disco ricomincia, e dal miele di “Revolutionary Lovers” si arriva di nuovo alla granitica “It's Taking Over”, non ci sono più dubbi: siamo davanti a un tuffo di altissima qualità nell'anima, profonda e sincera, del folk-blues britannico.