Il trio-power o meno - degli anconetani Dadamatto, è finalmente tornato, a tre anni da "Il derubato che sorride" e a quattro da "Ti tolgo la vita", con "Anema e Core". La ragione di tanta attesa sta nel separarsi delle vite dei tre giovani musicisti, che hanno così colto l'occasione per fare il punto della situazione sui rispettivi decorsi esistenziali. Ne risulta un disco tendente al cupo, o comunque a un umore scanzonato che sottende e esorcizza piccoli grandi traumi interiori. La musica tende all'espressionismo, a divaricare scrittura e interplay.
La title track, che completa una trilogia di aperture granitiche insieme con quelle per i precedenti album ("Videodrome" e "Manca un chilometro"), comincia come un maelstrom di urla, twang caotici e batteria scalpitante, quindi espone il suo "negativo" in una variazione funk-lounge per effetti di produzione e cori melanconici, e funge da battistrada un po' fuorviante un po' aderente rispetto a quanto segue.
Quasi la totalità dei brani rinuncia alla distorsione della chitarra, e la sostituisce con l'atmosfera ottenuta dalle tastiere e dagli effetti sonori: così "William Shakespeare", e soprattutto "Scilla E Cariddi", la migliore canzone che non è riuscita ai tardi One Dimensional Man. "Semaforo Rosso" si pone a metà via, essendo sia un j'accuse strillato sopra un tapis-roulant di battiti industriali, sia - tramite transizione quasi cinematografica - un ricordo del loro passato (una jam math-rock).
Piacevole aggiunta è rappresentata dai brani acustici, ormai diventati direttrice a pieno titolo della loro presente evoluzione: a parte "Il Cantico delle Creature", una cantata per adolescenti di chiesa (ma con un uso emozionale e stereofonico delle armonie corali), "Canzone in 3D" è la punta psichedelica del disco, flusso di coscienza informe conteso tra citazioni, campioni e effetti sonori a tuttotondo.
Se "Stanca puttana" mima degli Holy Modal Rounders intristiti, "Il netturbino" è un altro ricordo del passato, ma qui stravolto in senso ancora una volta lisergico, con canto compassato alla Donovan e cambi di tempo ubriachi.
Giovanilistico, ma senza la minima traccia di slang di sorta, luoghi comuni; depressivo, l'altro lato del "Derubato", fotografia di uno stato di malessere, di transizione disillusa, con fiumi di situazioni, oggetti, persone, casi umani, introspezione spicciola, è un album che va semplicemente a ruota libera. L'alto livello della produzione, mai così "strumento aggiunto", lo sostiene senza scadimenti di pose e autocompiacimenti, insufflando in buona parte dei pezzi una piccola babele di segni acustici. Un possibile manifesto del post-hardcore esistenziale italico.