Originariamente rilasciato nel 2009 solo in formato digitale, grazie a un download gratuito durato, però, soltanto un giorno, “Witchazel” (opera numero tre dell’inglese Matt Berry) viene finalmente dato alle stampe grazie all’interessamento della Acid Jazz Records.
Tredici composizioni che mettono a nudo la passione di Matt per il pop psichedelico degli anni Sessanta (ma non solo!), esibendo, senza vergogna, i trucchi del mestiere e le più disparate influenze, come se ci si trovasse dinanzi a un piccolo manuale da consultare a proprio piacimento. Ecco, dunque, già i primissimi secondi di “Take My Hand” rispolverare il sogno pop dei
Beach Boys, mescolando fiati bonaccioni, docili mareggiate di tastiere e una coralità soleggiata che ritroveremo un po’ lungo tutti gli scarsi cinquanta minuti che compongono questo affresco sonoro d’altri tempi.
Accanto a momenti che avrebbero potuto trovare posto nell’ultimo
The Advisory Circle (“From The Manger To The Mortuary”, “The Pheasant”, “Roosting Time”), troviamo tutta una serie di bozzetti deliziosamente retrò con cui, questo folletto con la testa tra le nuvole e lo sguardo rivolto a un’epoca in cui non era nemmeno ancora nato (bisognerà, infatti, aspettare il 1974), può ridare lustro al suo piccolo Eden sonoro. Tra rimandi più o meno scoperti ai
Rolling Stones (“So Low”, “Into The Sky”), romanticherie soul (“Woman”), tenerezze bucoliche (“A Song For Rosie”), ipotesi di valzer a mezz’aria (“Accident At A Harvest Festival”) e cose che potrebbero ricordare ancora più da vicino
Panda Bear (“The Badger’s Wake”), “Witchazel” scorre via senza particolari inconvenienti (c'è anche un cammeo di
Paul McCartney in “Rain Came Down”...), imponendo, con garbo, la sua graziosa levità.