Esordio per la De Stijl, “In Vogue Spirit” segna il ritorno della creatura di Shawn Reed e Ryan Garbes, ex
Raccoo-oo-oon. La miscela di
synth-wave, lo-fi pop e psichedelia è, ancora una volta, servita senza troppi patemi (magari un pochino più tirata a lucido), mostrando una band destinata, molto probabilmente, a lasciare poche tracce di sé. Quello dei
Wet Hair è un universo parallelo dove gli anni Sessanta e i primi Ottanta sono entrati, chissà come, chissà quando, in rotta di collisione. Raccolti i cocci e incollati alla meno peggio, Reed e Garbes (districandosi tra synth analogici, nastri, organi, drum machine e vocalizzi mediamente incomprensibili) srotolano, dunque, il loro tappeto di piccole fantasie soniche, coinvolgendo i
Neu! nel sunshine-pop depresso di “Echo Lady” e la strana coppia
Joy Division/
Smiths nel Moog party di “The Garden Room”. Gigionerie a basso costo, qualche volta dalla resa discutibilissima (“My Heart Is The Spider My Mind Is The Fly”, “Cosmic Radio”), ma, a modo loro, pregne di una disillusione dagli effetti benefici. Un preludio per spirali stordite di organo elettrico e una seconda parte di psichedelica, cullante indolenza racchiudono tutto il senso di “Liquid Jesus”; la filastrocca incantata di “Fame Hate” e il funk alieno di “Tarantula” aggiungono poco o nulla.
Un passo indietro rispetto al pur discutibile debutto.