Nato in Normandia, figlio di un pittore e di una scultrice, Silvain Vanot è un
songwriter francese innamorato del primo
Bob Dylan e fulminato dal punk dei
Sex Pistols. Autore di cinque album in dieci anni, scompare dalle scene nonostante il supporto di Jean Louis Murat e di alcuni musicisti internazionali. Dalla musica Silvain passa alla scrittura di una biografia di Dylan che riscuote un discreto successo. In questi sette anni di vuoto discografico l’artista raccoglie un nugolo di nuove composizioni che trovano ora spazio in “Bethesda”.
L’album, registrato
live in studio con musicisti del calibro di John Greaves, Iain Templeton e B.J. Cole, conferma l’amore di Silvain Vanot per la musica americana della West Coast. Le inflessioni vocali e strumentali omaggiano
Neil Young ma anche
Lou Reed. Tra spunti interessanti e buone intuizioni sonore e melodiche, si insinuano però cadute di tono che smorzano il potenziale fascino dell’album.
Si eleva per lirismo “Rivière”, che pur non sfuggendo ai
cliché del cantautorato francese, viene svincolata con classe dall’eccellente gruppo di musicisti che conferiscono inflessioni poetiche stimolanti e rimarchevoli.
“Nature Boy”, portata al successo da Nat King Cole e scritta dal visionario
songwriter Eden Ahbez, ispiratore del movimento
hippie in America, è riletta con intensità e fascino minimalista, con uso di
harmonium, clarinetto e
metallophone. Ma altrove il fronte armonico diventa lezioso, come in “Hawaii” (irritante nel suo
refrain) e prevedibile, come in “Bois Flattant”, ma resta stimolante in “Ô Mon Tour”, un piacevole country in stile Santo & Johnny.
Più interessanti le incursioni ruvide di “Les Cloches De L’amour” che rimandano al Neil Young di "Zuma", con strazianti suoni di harmonica e il basso pulsante di John Greaves. Anche le tentazioni pop trovano un buon riscontro nella leggiadra “Bambi Blanc/Foret Noire”.
Resta comunque un insieme slegato con l’autore che incappa spesso nella banalità. Sconcerta il
flavour latineggiante di “Implacable”, annoia il
reggae-calypso di “Un Pied Derrière” dalla linea melodica banale e irritante, fa sorridere il tentativo rock-punk di “Le Mouton à trois Tètes”: sono brani che offuscano quel che di genuino e interessante si cela in questo album del musicista francese. Non basta la conclusiva “Les Fleurs” a risollevare le sorti di un album riuscito solo in parte e destinato a essere dimenticato in fretta.