Originariamente in quintetto, i Margareth (formati nel 2006, con base nell’entroterra veneziano) registrano un paio di demo autoprodotti (“Margareth”, 2006, e “Out Of The City”, 2007) e si mettono in luce in sede live con le loro discrete esibizioni, votate a un’essenzialità distante dall’usuale chiasso di altri complessi di pop alternativo, e il cui talento strumentale li fa avvicinare più al melodismo da camera.
Dal 2008, complice anche un mutamento di formazione a trio (Paolo Brusò, chitarra e voce, Alessandro Fabbro, polistrumentista e cori, Alessandro Benvegnù, basso e cori), e l’incisione del singolo “This Town”, la band punta dritta all’affermazione. Il rientro del batterista e percussionista Niccolò Romanin (nel frattempo trasferitosi a New York con altri due membri originali per studiare musica) dà il la al gruppo a registrare il primo long-playing, “White Lines”.
Quelle di “White Lines” sono canzoni tenere (e non triviali) degnamente esaltate ora da piano saltellante e batteria spettrale (“I Get Along”, persino psichedelica in “Night Talker”, il capolavoro sperimentale), ora da quadretti decadenti Kinks-iani (“Mad Man’s Poem”).
Pur mantenendo il comun denominatore dell’intimità, raramente il complesso si ripete. Si spazia dalla ninnananna in catalessi pow-wow di “Horizon” (rimarcata dal didjeridoo) alle suffusissime armonie vocali di “Mama Take My Girl Away”, dall’essenzialità folk di “This Town” alle spezie sudamericane di “In Love With A Freak”.
Nel bel mezzo viene persino uno strumentale Morricone-esco come “Thinkin’ About Sex”, e in chiusa viene un’estesa tirata bluesy per tromba spiegata come “The Gate”.
Lo spettro discretamente ampio descritto dall’opera non compromette la piacevolezza d’ascolto; fa breccia il sicuro corredo di arrangiamenti (anche il violino di Andrea Iseppi e la sega Pall Jenkins-iana di Alberto Stevanato, entrambi provenienti dai Grimoon e dalla casa madre Macaco Records), riuscendo elegantemente a non sfibrare le canzoni. Disinvolta dizione anglofona di Brusò.