A un paio d’anni dallo splendido ma dimenticato esordio di “
Hands Across The Void”, Jesy Fortino
aka Tiny Vipers riprende il discorso con “Life On Earth”, implementando un periodo di sperimentazione dei nuovi pezzi via
demo,
Myspace e esecuzioni
live. Lo stile canoro è ancor più robusto di prima, e di gran lunga meno ancorato agli stilemi del caso (ma l’influenza di
Cat Power è ancora ravvisabile).
Nonostante la sottovalutazione, qui la Fortino transige ancora meno sulla sua impostazione, avvicinandosi più a una salmodiante gregoriana che a
Leonard Cohen: la cosa è evidente nell’ampia cantata arpeggiata per riverberi gentili e fischiettii di “Development” e in quella rintoccata gravemente di “Tiger Mountain”.
Ma ancor più espliciti sono i suoi
lied, da “Dreamer” a “Young God” (impassibile, con gocce di piano e nastro di eco vocale da
muezzin), mentre “Twilight Property” esaspera l’emozione fino a farlo diventare un assemblato di timbri e colori, ben oltre il dark-folk.
L’autrice flirta poi con le convenzioni country, tanto nella languida in “Eyes Like Ours” (praticamente un salmo laico) quanto in “Time Takes”, una sonata d’avanguardia per ondate psicogene. Invece, la
title track di 10 minuti è prossima alla
mini-suite in tre parti: dapprima country-blues a mo’ di madrigale, quindi lentissimo recitativo folk, infine una libera
reprise strumentale del tempo primo, un silente
John Fahey depresso.
Innamorata dei riverberi, dei vibrato, e appassionata cultrice delle angosce e della profondità d’animo, Fortino confeziona un albo in altalena tra flusso di coscienza e stasi religiosa, con sottotesto allegorico e la magistrale interpretazione fonica (completamente analogica) del texano Andrew Hernandez.