Chiuso, a quanto pare, il capitolo
Birchville Cat Motel, l’instancabile Campbell Kneale non ha voluto perdere tempo, varando immediatamente un nuovo progetto, che porta il nome proprio di un disco rilasciato con la precedente ragione sociale.
“Stillborn Plague Angels” è un’opera che non cambia molto le carte in tavola, presentando l’ennesimo assalto sonoro (minimalismo+
metal+
free-noise), forse solo in parte mediato da una vena psichedelica che muove alla ricerca di un’estasi ottundente capace di rivelare nuove, sconosciute zone d’ombra ove ritrovare serenità e pace interiore.
Di certo, non un percorso facile, ne converrete: passare attraverso le brutture e lo stordimento del rumore per agevolare l’elevazione dello spirito. Sta di fatto, che, all’inizio di questo suo nuovo percorso, Kneale, con le quattro tracce qui presenti, lascia ancora piuttosto perplessi.
L’impatto è di quelli che t’aspetti: incompromissorio, stordente, anche enigmatico, se volete. Dalla maestosa, inquietante miscela
noise-doom della
title track (asfissiante nella sua imponenza epica) fino ad arrivare all’assordante vortice sideral-lisergico di “Over Prehistoric Texas”, “Stillborn Plague Angels” mostra di essere un disco, più che difficile, direi alquanto scontato nelle soluzioni stilistico-sonore, pur mantenendo una posizione di rilievo all’interno del panorama di riferimento.
Non sarà certo un disco di transizione a intaccare la statura del musicista neozelandese (qui confermata, per dire, dall’ottima “Chinese Emperors And The Army Of Eternity”, sudario di cataclismatica
ambient radioattiva disteso lungo traiettorie innamorate di eternità), ma è innegabile che questo materiale riguardi soprattutto i suoi più fedeli seguaci, quelli, insomma, capaci di apprezzare, senza riserve, anche una “Pink Hollow Paradise”, muraglia sonica invalicabile oltre che sterile.
Promosso, insomma. Ma con riserva.