Russian Circles

di Ljós Berinn

Nelle faglie sonore di Chicago, dove il post-rock incontra il metallo e lo piega fino a farlo diventare qualcos’altro, i Russian Circles hanno costruito il loro tempio. Nati nel 2004 dalla mente del chitarrista Mike Sullivan e del batterista Dave Turncrantz, hanno presto accolto il bassista Brian Cook, completando una trinità di strumenti che, con il solo armamentario di chitarra, basso e batteria, ha saputo scavare universi interi. La loro è una musica che non ha bisogno di parole per raccontare storie: un dialogo di frequenze dove i loop sperimentali di Sullivan evocano legioni di “chitarre fantasma”, mentre Cook tesse strati oscuri di bassi che sembrano provenire da un’altra dimensione, e Turncrantz, con la sua precisione matematica, tiene insieme il tutto con battiti ipnotici e motorik.

Dall’esordio “Enter” (2006) fino all’ultimo, monumentale “Nine” (2026), la loro discografia è un lungo viaggio attraverso le topografie dell’anima. Ogni album, da “Station” a “Memorial” (con la partecipazione di Chelsea Wolfe), fino a “Guidance“, “Blood Year” e “Gnosis“, ha scavato un solco più profondo nella loro personale mitologia. Con “Nine“, il loro nono capitolo, i tre musicisti, ora dispersi tra Chicago, Los Angeles e un’isola al largo di Seattle, hanno trasformato la distanza in combustibile creativo.
Come hanno dichiarato, la loro musica è un “processo collettivo di riconciliazione, navigazione e riflessione sull’invecchiamento, sia come individui che come entità creativa”. E in un’epoca di distrazioni e frammentazione, la loro capacità di raccontare storie senza una sola parola resta un atto di pura, ostinata magia.

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