In occasione dello "Statodellarte festival" (Lecce, 3-4-5 ottobre) abbiamo avuto modo di intervistare Aaron Parks. Nato a Seattle nel 1983, il musicista statunitense ha studiato in parallelo musica e informatica. Compositore profilico, alterna collaborazioni con diversi musicisti in un continuo e stimolante viaggio musicale.
Benvenuto Aaron e grazie per il tuo tempo. L’anno scorso su OndaRock abbiamo recensito “Little Big III”, così vorrei partire da qui. Con quest’album sei tornato alla Blue Note Records e hai lavorato con un nuovo batterista. Com’è andata?
Con “Litte Big III” la chimica del gruppo è cambiata moltissimo, con l’ingresso di Jongkuk Kim alla batteria. Ogni batterista porta una propria energia, un proprio equilibrio, per cui questo cambiamento è stato molto stimolante. Si sono aperte nuove possibilità per la nostra musica. Tornare alla Blue Note è stato molto bello, perché è stato come tornare a casa.
“Little Big II: Dreams Of A Mechanical Man” esplorava l’immaginario robotico; "III" non ha ha un titolo così esplicito, ma sembra indugiare sulla dimensione interiore e sul tema della salute mentale, di cui avevi parlato nel 2022. È collegato alla tua esperienza personale?
La salute mentale e l’interiorità sono uno sviluppo naturale della mia composizione, a prescindere da quanto siano espliciti i titoli. In effetti la maggior parte delle canzoni che compongo sono, in un modo o nell’altro, tentativi di riflettere o di dare forma a una dimensione interiore. A volte, è così, bisogna affrontare anche aspetti difficili. Per quanto riguarda “III”, li puoi avvertire soprattutto in pezzi come “Locked Down”, che ho iniziato a scrivere durante l’inizio del lockdown per il Covid. C’è una certa claustrofobia dentro, figlia di quel periodo. Sulla mia esperienza personale, vivere con il disturbo bipolare è parte della mia realtà, ma non penso che la salute mentale sia solo ciò che può venir diagnosticato: è qualcosa con cui tutti devono fare i conti, soprattutto per quel senso di ansia e sopraffazione così presente nella via contemporanea.
L’immaginario robotico ritorna in “The Machines Say No”. Nella tua formazione, la musica s’è accompagnata con l’informatica. Quanto questo incontro tra due mondi influisce sul tuo processo creativo? E cosa intendevi sostenendo che senza l’imperfezione la musica non significa molto per te?
L’immaginario robotico ritorna eccome in “The Machines Say No”, ma quel brano è stato scritto in realtà dal nostro chitarrista, Greg Tuohey. Il titolo deriva da una frase che talvolta gli capita di esclamare, un po’ per scherzo, quando si ferma a pensare e poi se ne esce con una risposta negativa: “Le macchine dicono di no”. Per me è una finestra divertente sulla sua immaginazione. Sono sempre stato attratto dal modo in cui l'imperfezione rende la musica viva. L’inaspettato, gli errori, i bordi irregolari, creano opportunità improvvise, cui si risponde con immediatezza. Li associo al concetto giapponese di “wabi-sabi”, o alla pratica del kintsugi, dove le crepe nelle ceramiche vengono riparate con rattoppi dorati invece che venir nascoste. È un'immagine che mi tocca nel profondo. I difetti sono parte di una storia.
“Sport” l’abbiamo apprezzata in modo particolare. Ci puoi dire qualcosa riguardo la sua genesi, così da avere uno scorcio sul vostro processo creativo? Hai qualche canzone di "III" cui ti senti particolarmente legato?
Anche “Sports” è stata scritta da Greg Tuohey. L'ha composta anni fa, mentre preparava un set di chitarra solista durante la crociera jazz Blue Note at Sea. Voleva realizzare qualcosa che potesse suonare con un loop pedal, così ha creato questa linea di basso ripetitiva e una melodia semplice e irresistibile da suonarci sopra. È meno semplice di quello che sembri, ma è incredibilmente catchy e trasmette una gioia contagiosa, non puoi evitare di sorridere quando la senti... Ed è anche un trampolino per l’improvvisazione. Per quanto riguarda i brani composti da me nel disco, ho un legame speciale con “Heart Stories”. È tenera, costruita intorno a una triade armonica molto semplice, che ricorda un corale. A circa metà il brano si interrompe e scivola in un’altra dimensione, nascosta – lì dove si innesta l’assolo di piano. Quella parte non è stata “composta” in modo canonico, ma è frutto di una improvvisazione che avevo registrato a casa e che in seguito ho trascritto. Suona come un cuore che si apre all’improvviso, ed è come se tu volessi preservare quel preciso momento.
Come descriveresti il modo in cui i diversi generi si mischiano nella tua musica? Si parla di jazz, naturalmente, ma anche indie-rock, electro e molto altro. A volte si usa la definizione di “post-genre”; cosa ne pensi di questa categoria, sia per la tua musica sia in generale?
La commistione di generi è molto comune oggi, non sembra più una cosa insolita; molti musicisti ascoltano cose estremamente diverse tra loro e così queste finiscono per influenzare il loro lavoro, in modo naturale. Per me, la cosa importante è evitare che le commistioni non suonino come artefatte o gratuite. Non voglio che sembri come pensata a tavolino; voglio che suoni come lo sviluppo naturale del mio percorso e dei miei ascolti. Per quanto riguarda le etichette e le categorie, capisco il motivo per cui si usano, e so che sono molto utili per gli ascoltatori. Aiutano le persone a esplorare meglio un genere che già apprezzano. Ma dal punto di vista di chi crea musica, le categorie sono vissute più come una prospettiva esterna che come qualcosa da tenere bene a mente. Io le trovo un po’ sconcertanti.
Hai studiato musica con Kenny Barron. La sua lezione è ancora presente nel tuo lavoro? Ci sono altri artisti che senti che ti abbiano influenzato in particolare?
Studiare con Kenny Barron ha lasciato una grande impronta su di me. In particolare, il suo senso del ritmo, come qualcosa che è radicato nel corpo, non solo nella testa. C’è una gravità e una vivacità nel suo modo di vivere il tempo che porto ancora con me. Oltre a Kenny, la lista delle influenze è infinita, oltre che sempre in crescita. Ma uno che vorrei citare è Danilo Pérez. L’ho incontrato poco dopo essermi trasferito a New York; sia la sua musicalità sia il suo spirito hanno lasciato su di me una grande impressione.
Nel tuo percorso musicale hai lavorato con musicisti diversi, alternando e riprendendo le collaborazioni tra di loro. Quanto è importante per te incontrare e lavorare con artisti diversi in parallelo? Queste collaborazioni si influenzano tra loro?
Mi piace lavorare su progetti diversi. Amo la continuità che si stabilisce attraverso relazioni profonde e prolungate con musicisti che conosco da anni, ma i nuovi incontri portano molta ispirazione, grazie alle novità e alle cose inattese. C’è gioia in entrambi i casi - la fiducia e la profondità di una lunga collaborazione, la scintilla di suonare con qualcuno di nuovo. E, sì, entrambe le esperienze si influenzano a vicenda.
A Lecce suonerai allo “Statodellarte Festival”, insieme a Gregory Hutchinson e Anders Christensen. È un trio che porterà avanti nuovi progetti in futuro?
Sono entrambi musicisti con cui avevo già lavorato individualmente, ma mai insieme. Per questa data abbiamo preparato una scaletta del mio repertorio che credo si presti bene a venire eseguita insieme a loro; spero che possa essere uno spazio per incontrarci al meglio. Anders è un bassista danese eccezionale, che ha suonato con grandissimi artisti (Paul Motia, Tomasz Stanko e molti altri); è anche un caro amico e uno dei più sinceri musicisti che conosca. Il suo modo di suonare è autentico, non cerca mai di dimostrare nulla. Gregory è, naturalmente, uno dei maestri della batteria del nostro tempo; è originario di Brooklyn, ma vive a Roma da molti anni. Avevamo suonato insieme nella band di Kurt Rosenwinkel e nel gruppo di Dayna Stephen, ma non abbiamo avuto modo di concentrarci sulla mia musica. Condividiamo un legame intuitivo, speciale, e non vedo l’ora di scoprire cosa possiamo creare insieme in questo trio.
Nel 2025 hai pubblicato una nuova canzone, “Parks Lope”, e hai collaborato all’album "Hopium" di Dayna Stephens. Qual è la prossima tappa? Possiamo aspettarci un “Little Big IV”?
La novità principale è che il 7 novembre uscirà il mio nuovo album. Si intitola “By All Means”, l’ho realizzato insieme al mio nuovo quartetto acustico, con Ben Street al basso, Billy Hart alla batteria e Ben Solomon al sax tenore. Per molti versi è un album jazz tipico, il mio primo dopo un lungo periodo. È molto in linea con la tradizione e raccoglie di un insieme di canzoni che stavo sviluppando da anni. Lo abbiamo registrato subito dopo un’occasione speciale al Village Vanguard, quando la chimica del gruppo era tangibile, e penso che questa energia si sia trasferita nel disco. Quest’album esplora un mondo armonico molto importante per me, romantico, lussureggiante, e sono grato di averlo potuto esplorare con musicisti che amo e rispetto moltissimo. Allo stesso tempo, il quarto album come Little Big è prossimo all’orizzonte. Stiamo lentamente dando forma a un nuovo universo musicale e contiamo di registrarlo il prossimo maggio, così da uscire per il 2027. Ci sono tante cose che si stanno muovendo e mi sento fortunato a poter continuare a creare musica in direzioni diverse e con collaboratori così stimolanti.
(02 novembre 2025)