Mercoledì 16 luglio andrà in onda su Sky Arte "Bruce Springsteen – In His Own Words", un documentario che offre un ritratto intimo e sincero del celebre cantautore del New Jersey. Diretto nel 2016 dal regista britannico Nigel Cole, il film si presenta come una vera e propria confessione in prima persona, lontana dai cliché agiografici e più vicina a una riflessione profonda sulla vita e la carriera di uno degli artisti più influenti della musica contemporanea. Accompagnato da immagini d’archivio, frammenti di concerti e materiali tratti dal suo archivio personale, Springsteen ripercorre le tappe fondamentali del suo percorso artistico e umano, con uno sguardo lucido e a tratti sorprendentemente vulnerabile. Le sue parole, scandite da una narrazione autentica e intensa, restituiscono il ritratto di un uomo che ha saputo trasformare le proprie inquietudini in poesia rock, mantenendo sempre un forte legame con la realtà sociale e politica del suo tempo. Guarda qui sotto il trailer di "Bruce Springsteen – In His Own Words".
A pochi mesi dal suo recente tour italiano, "In His Own Words" rappresenta un’occasione preziosa per riscoprire il volto più vero e profondo di Bruce Springsteen, lontano dai riflettori ma ancora capace di parlare direttamente al cuore del suo pubblico. Con la sua musica, il Boss ha cantato l’America in tutte le sue contraddizioni, dando voce alla molteplici sfumature che compongono il Paese d’oltreoceano. Grazie alla sua voce inconfondibile, Bruce Springsteen è diventato negli anni il boss di un rock onesto e immediato, un punto di riferimento per appassionati di tutte le età. Bruce Springsteen. In his own words cede la parola al musicista che, attraverso la lettura della sua autobiografia, si mette a nudo davanti alla telecamera raccontando aneddoti e ricordi di una lunga carriera.
Ma il Boss continua a riservare sorprese anche sul fronte discografico. Dopo decenni di silenzio, infatti, Bruce Springsteen ha aperto le porte del suo archivio più segreto con "Tracks II", una monumentale raccolta di sette album "perduti" che vedrà la luce questo venerdì. Non si tratta di semplici rarità o scarti di lavorazione, ma di veri e propri progetti discografici completi, mixati, masterizzati e poi inspiegabilmente abbandonati nelle cassaforti della leggenda del rock americano. Ottantatré tracce totali, di cui 74 completamente inedite. Un corpus musicale che abbraccia un arco temporale che va dal 1983 al 2018, testimoniando l'inesauribile creatività di un artista che, anche nei suoi momenti di apparente silenzio, non ha mai smesso di esplorare nuovi territori sonori. Dal lo-fi più sporco al country più autentico, dal retro-pop nostalgico alle sperimentazioni sintetiche, fino ad arrivare alle suggestioni mariachi e agli arrangiamenti orchestrali: Springsteen si rivela ancora una volta un musicista senza confini.
La genesi di questo progetto affonda le radici nei mesi più bui della pandemia. Mentre negoziava con Sony la cessione del suo catalogo per la cifra monstre di 550 milioni di dollari, Bruce ha iniziato a scavare negli archivi, riscoprendo tesori dimenticati. "Un disco è esattamente ciò che dice di essere: una testimonianza di chi sei e di dove ti trovavi in quel momento della tua vita", confessa il 75enne cantautore del New Jersey, rivelando quella vena introspettiva che caratterizza questa fase della sua carriera. "L.A. Garage Sessions '83" apre la raccolta con il fascino grezzo del lo-fi casalingo: Bruce solo con una drum machine nella sua casa di Hollywood Hills, in una dimensione intima e sperimentale che i fan più devoti già conoscono in parte. "Streets of Philadelphia Sessions" ci riporta all'epoca dell'Oscar vinto per la colonna sonora di "Philadelphia", esplorando le sessioni che hanno dato vita a uno dei suoi brani più toccanti. "Somewhere North of Nashville" e "Inyo" (quest'ultimo con una band mariachi) documentano le incursioni del Boss in territori country e world music, mentre Twilight Hours rivela un Springsteen in versione crooner alla Burt Bacharach, con arrangiamenti orchestrali di rara eleganza. "Faithless" rappresenta forse il capitolo più misterioso: una colonna sonora per un "western spirituale" mai realizzato, che lascia immaginare quale direzione cinematografica avrebbe potuto prendere la carriera del Boss. Chiude "Perfect World", una collezione di brani rock che spazia dagli anni '90 fino a un decennio fa, pensata per soddisfare le aspettative dei fan più tradizionalisti. Tra questi spicca "Rain in the River", definita dal New York Times come una "travolgente murder ballad" che contiene alcune delle vocalità più primitive e istintive dell'intero repertorio springsteeniano.