Pink Floyd: i peggiori e i migliori dischi solisti dei membri della band secondo Ultimate Classic Rock

15-02-2026
Innumerevoli classifiche sono state dedicate ai migliori album dei Pink Floyd. Il magazine Ultimate Classic Rock, invece, ha compiuto un'operazione diversa, andando a selezionare i migliori e i peggiori lavori solisti dei membri dello storico gruppo inglese. "Non tutte le carriere soliste dei Pink Floyd sono state considerate allo stesso modo, nonostante il contributo decisivo che tutti e cinque i membri hanno dato alla loro storia costellata di dischi di platino - sottolinea Nick DeRiso nell'introduzione - C’è però un elemento comune: nessuno di loro ha mai mostrato un interesse reale nel costruire una carriera solista continuativa con l’obiettivo di diventare una star a sé stante, nemmeno dopo l’uscita ufficiale dal gruppo". In ogni caso, spunti d'interesse non mancano nella produzione solista di ognuno dei membri della formazione britannica.

Ecco allora i dischi solisti selezionati come "peggiori" e "migliori" per ognuno dei membri dei Pink Floyd, con un estratto dalle motivazioni fornite da Ultimate Classic Rock (qui il servizio completo).

Roger Waters
Peggiore: "The Pros And Cons Of Hitch Hiking" (1984)
Progetto concettuale costruito come il sogno di 41 minuti di un uomo alle prese con una fantasia extraconiugale, è un disco ambizioso ma dispersivo. Le vendite modeste e la struttura narrativa farraginosa ne hanno limitato l’impatto. Waters stesso lo ha ridimensionato, definendolo in sostanza "un disco sul sesso", a fronte della portata molto più ampia di "The Wall".
Migliore: "Amused To Death" (1992)
Ritorno alla forma attraverso una scrittura più coesa e una collaborazione decisiva con Jeff Beck alla chitarra. Temi centrali: guerra, religione organizzata, capitalismo e cultura mediatica. L’album unisce densità lirica e solidità musicale, risultando il lavoro solista più compiuto di Waters, con brani come "What God Wants, Pt. 1" e "The Bravery of Being Out Of Range".

David Gilmour
Peggiore: "About Face" (1984)
Disco penalizzato da una produzione tipicamente anni Ottanta, con sonorità meccaniche e sintetiche che appesantiscono materiale in parte valido. Alcuni brani avrebbero potuto rafforzare "The Final Cut", ma l’insieme è disomogeneo.
Migliore: "On An Island" (2006)
Lavoro rarefatto e contemplativo, inciso dopo quasi 20 anni di silenzio solista. Atmosfere notturne, scrittura misurata, centralità del timbro chitarristico. Un disco intimista e controllato, che recupera la dimensione lirica e melodica del miglior Gilmour.

Syd Barrett
Peggiore: "The Madcap Laughs" (1970)
Debutto frammentario, registrato in sessioni caotiche con più produttori. Il risultato è disarticolato, talvolta confuso, anche se attraversato da intuizioni brillanti come "Terrapin" o "Dark Globe". Resta una testimonianza cruda del suo stato mentale.
Migliore: "Barrett" (1970)
Secondo album più compatto e strutturato, co-prodotto da Gilmour e Wright. Le atmosfere psichedeliche si attenuano a favore di una scrittura pop sofisticata e talvolta sorprendentemente moderna. Brani come "Baby Lemonade" e "Gigolo Aunt" mostrano un talento compositivo ancora vivo.

Richard Wright
Peggiore: "Identity" (1984, con Zee)
Progetto dominato dall’estetica synth-pop del periodo, realizzato quasi interamente con il Fairlight. Wright stesso lo ha definito un "errore sperimentale". Il suo contributo personale risulta poco riconoscibile.
Migliore: "Broken China" (1996)
Concept-album sulla depressione, strutturato in quattro movimenti. Musicalmente più vicino all’estetica Floyd rispetto ai precedenti lavori solisti, presenta arrangiamenti curati e un impianto tematico coeso. Tra i momenti più intensi della sua carriera fuori dal gruppo. E con un gioiello come "Reaching For The Rail", in coppia con Sinéad O'Connor.

Nick Mason
Peggiore: "Profiles" (1985, con Rick Fenn)
Collaborazione orientata verso un pop sintetico di maniera. L’adesione ai cliché sonori dell’epoca riduce l’identità musicale del progetto, nonostante qualche ospitata di rilievo.
Migliore: "Fictitious Sports" (1981)
Inciso con Carla Bley, è un lavoro atipico: più jazz-pop sofisticato che derivazione Floyd. Mason si inserisce come batterista in un contesto compositivo definito da Bley. Operazione laterale ma coerente, con una sua precisa identità.

Pink Floyd su OndaRock

Vai alla scheda artista