Spotify: dopo la bufera, il fondatore Daniel Ek lascia la carica di Ceo

01-10-2025
Non è dato sapere se sia stata la bufera scatenata dalla sua decisione di investire in Helsing, società tedesca specializzata in sistemi d’arma, che ha alienato simpatie a Spotify e spinto alcuni artisti a rimuovere il loro catalogo dal colosso dello streaming. Fatto sta che a partire da gennaio, il fondatore Daniel Ek abbandonerà il ruolo di Ceo, lasciando la guida operativa della piattaforma ai due co-presidenti Gustav Söderström, chief product & technology officer, e Alex Norström, chief business officer, che assumeranno la carica di co-Ceo. Ek resterà come Presidente esecutivo, mantenendo un ruolo attivo come interlocutore verso governi e stakeholder, dedicandosi soprattutto alle strategie di lungo termine, in particolare all’espansione in Asia e Africa e alle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale.
Ek ha comunque spiegato che la decisione è l’evoluzione naturale e la formalizzazione di come viene gestita la leadership nell’azienda da anni ormai. Ma non si può escludere che le polemiche scatenate dagli artisti abbiano avuto un peso nella scelta.

Il passaggio di consegne arriva in una fase di solidità per la piattaforma. Dopo l’aumento dei prezzi dell’abbonamento Premium – salito in Italia e in altri mercati da 10,99 a 11,99 euro, con un rialzo analogo già introdotto negli Stati Uniti – i conti restano positivi: nel secondo trimestre 2025 gli abbonati Premium hanno raggiunto quota 276 milioni (+12% su base annua), mentre gli utenti attivi mensili sono saliti a 696 milioni (+11%), con un flusso di cassa record.
A minacciare l’immagine pubblica di Spotify non sono i numeri, ma le scelte del suo fondatore. La decisione di Ek di tornare a investire in Helsing, società tedesca specializzata in sistemi d’arma basati su intelligenza artificiale, ha infatti sollevato accese polemiche. Alcuni artisti – tra cui Massive Attack, Deerhoof, King Gizzard and the Lizard Wizard e Xiu Xiu – hanno scelto di ritirare la propria musica dalla piattaforma.
In un post del 18 settembre, i Massive Attack hanno duramente attaccato Spotify: "Il peso economico che da tempo grava sulle spalle degli artisti" – hanno scritto – "è ora aggravato da un peso morale ed etico, giacché i soldi dei fan e gli sforzi creativi dei musicisti finiscono per finanziare tecnologie letali e dispotiche. Ora basta, più che basta. Un altro modo è possibile". Al momento, tuttavia, la loro musica è ancora disponibile sulla piattaforma. Ed è improbabile che la protesta riesca a diffondersi su larga scala: da un lato molti artisti dipendono economicamente da Spotify, in un mercato dove il supporto fisico ha ormai un peso marginale e l’uscita dal servizio equivale quasi a un auto-esilio; dall’altro, spesso i musicisti non detengono i diritti necessari per decidere autonomamente di ritirare i propri cataloghi.