Camarón de la Isla

La leyenda del tiempo

1979 (Philips) | flamenco nuevo

Soleá, seguiriya, fandangos, tangos, bambera, zambras, sevillanas, tientos, sono soltanto alcuni palo (ossia, sottocorrenti) del flamenco. Tutti contraddistinti da pattern ritmici, umori, toni e inclinazioni differenti, i palo rendono la musica tradizionale andalusa per eccellenza uno dei costumi musicali più ricchi e sfaccettati al mondo. Un patrimonio fondamentale per una grandissima porzione della musica e, più in generale, dell’arte iberica moderna.
In un’intervista del periodo de “La leyenda del espacio” (disco del 2007 ispirato a partire da titolo e copertina a “La leyenda del tiempo” di Camarón de la Isla), il leader dei Planetas, Jota (al secolo Juan Ramón Rodríguez Cervilla), dichiarò che il rock spagnolo nella sua interezza è un palo flamenco. Certamente un’iperbole, che però ben rappresenta quello che è stato l’impatto culturale di questa musica gitana sulla scena locale.

In realtà, “La leyenda del tiempo” non rappresenta il primo matrimonio fra flamenco e pop rock, come viene spesso indicato. Esisteva per esempio da diversi anni una corrente musicale nota come rock andaluso, capace di generare band popolari quali i Triana e i Medina Azahara: tuttavia, si trattava di musicisti rock che approdavano al flamenco dall’esterno, allo scopo di trarne ispirazione.
Anche dentro l’universo flamenco erano del resto già note numerose contaminazioni: il flamenco pop di cantanti come Rosa Morena e Lola Flores, con tanto di sezione ritmica elettrica, o il flamenco nuevo, che tentava le ibridazioni più disparate, dal jazz, col sassofonista Pedro Iturralde, al rock, col chitarrista Sabicas.

Quello che rese tanto rumoroso “La leyenda del tiempo” fu la radicalità: alcuni brani spingevano in direzione di un rock forsennato, dai ritmi serrati, mentre altrove si tentava una forma di folk psichedelico e dilatato, in ambo i casi con ampio utilizzo dell’effettistica da studio di registrazione. In più, pesò il fatto che a pubblicarlo non fu un artista qualsiasi, ma quello che era considerato un eroe dalla frangia ortodossa dei seguaci del flamenco.
Il Camarón che nel 1979 entrò in studio per le sessioni di “La leyenda del tiempo” non era più il ragazzino, settimo di otto fratelli di una famiglia gitana di Cadice, che una quindicina di anni prima si era fatto strada nell’intasata scena del genere sgomitando, fino a diventare uno dei suoi interpreti più apprezzati e famosi. I suoi dischi solisti, così come i quattro cofirmati con l’iconico chitarrista Paco de Lucía, insieme alla vita tumultuosa e non scevra di problemi (eroina e cocaina erano all’ordine del giorno), ne avevano fatto una leggenda vivente, che imbarcandosi in un’operazione così rischiosa aveva soltanto da perderci.
Che un disco che apriva così sfacciatamente un patrimonio come il flamenco, dai gitani più conservatori considerato un’eredità intima e sacra, al rock e al jazz più sperimentali, avrebbe fatto storcere il naso a molti, Camarón lo sapeva bene, ma caparbio, quasi strafottente e dissacrante, non se ne fece un problema.
“Quando registro un disco non penso a cosa la gente dirà. Lo so che all’inizio non capiranno, ci vuole un po’ di tempo”, dichiarò in seguito. Un’ostinazione e una sicurezza di sé impressionanti, senza le quali non avremmo potuto ascoltare uno dei dischi spagnoli più influenti di sempre.

Anche molti addetti ai lavori furono scettici, tanto che numerosi dei collaboratori di lungo corso di Camarón (tra i quali anche de Lucìa) decisero di non prendere parte alle registrazioni, o lo fecero scegliendo di non apparire nei credits. È quasi pleonastico sottolineare che, invece, gran parte di chi suonò nel disco e apparve negli “infami” credits entrò nella storia del genere e ne trasse enorme beneficio per la propria carriera.
È il caso dei chitarristi Tomatito e Raimundo Amador, del percussionista Tito Duarte, dei membri del gruppo rock andaluso Alameda, il bassista Manolo Rosa e i fratelli Manolo e Rafael Marinelli, entrambi tastieristi, ma soprattutto di Kiko Veneno e del produttore Ricardo Pachón, che hanno scritto la maggior parte dei brani del disco.
Pachón era in quel momento il produttore più innovativo del flamenco: aveva di recente diretto “Nuevo día” (1975), album di debutto del duo Lole y Manuel, e l’omonimo disco dei Veneno (1977), band di rock andaluso dal suono particolarmente irruento. Proprio grazie a quest’ultima esperienza, era venuto a contatto con il loro leader, il cantautore Kiko Veneno, coinvolgendolo poi in “La leyenda del tiempo”.

Il disco non perde tempo in chiacchiere e, sebbene serbi momenti di flamenco più classico come già la seconda struggente traccia (“Romance del amargo”, dove il tradizionale handclapping e la chitarra gitana fanno da sfondo al canto tormentato di Camaròn), inizia nel segno della rottura, rispettosa ma chiara, per certi versi feroce.
Costruita, come buona parte del disco, attorno ai preziosi versi di Federico García Lorca, la title track apre le danze, racchiudendo e rovesciando con potenza l’idea alla base del disco. Il battimano del flamenco insegue ritmi jazz, il basso limpido e schioccante di Rosa serpeggia tra gli spazi lasciati dalla chitarra turbinante di Tomatito. Già onnipresente sullo sfondo delle strofe, sul finale il Moog si lascia andare in un fluidissimo assolo, tuffo nel rock progressivo. Specie quando si apre nel celebre ritornello, il flamenco cantato da Camarón si aggrappa a queste nuove atmosfere con sicurezza, perfettamente a suo agio, come se ci fosse nato.
“La Tarara” consuma un incantesimo simile e altrettanto riuscito. Nostalgico e viscerale, Camarón sparge brandelli di ricordi andalusi tra chitarre flamenche e magici brillii di Moog. Dopo un intermezzo di pianoforte, la canzone vira prepotentemente verso il rock, prima con un assolo latin rock di chitarra elettrica e poi con l’immancabile fuga del sintetizzatore.

“Volando voy” è una rumba, densa di percussioni e cori ariosi, nel corso del tempo diventata uno dei più coverizzati standard del flamenco: fra gli artisti che l’hanno riproposta, star del calibro di Manu Chao, i Gipsy Kings (che ne hanno tratto lo stampo su cui basare l’intera carriera), il raffinato cantante uruguaiano Jorge Drexler e l’autore stesso, Kiko Veneno, che l’aveva volentieri regalata a Camarón, ma tenne in seguito a far sapere chi ne fosse il padre (pur non riuscendo la sua interpretazione a competere con la torrenziale potenza dell’originale).
Ancora Veneno musica “Viejo mundo”, su versi di Omar Khayyam, poeta persiano vissuto intorno al 1100, durante il dominio dei turchi selgiuchidi e noto in tutto il mondo musulmano (incluso il Sud della Spagna, all’epoca ancora sotto il dominio arabo).

A García Lorca, figura fondamentale per l’ispirazione del disco, è invece indirizzata “Homenaje a Federico”, una festosa e romantica bulerías che rievoca altre parole del poeta assassinato dai franchisti, come a ufficializzare la sua centralità per la cultura popolare spagnola dello scorso secolo. Insieme a “Romance del amargo” e a “Tangos de la sultana” (tango ricco di chitarre voluttuose, perfette per evocare l’atmosfera sensuale tipica del relativo palo), sono gli episodi più significativi del disco in quanto a flamenco classico.
Si compie infine un viaggio transcontinentale, fino all’Asia, con “Nana del caballo grande”, una nana (forma flamenca dal ritmo dolcissimo conosciuta anche come canzone da culla, non distante dunque da una ninna nanna) in cui il lamento straziante di Camarón si staglia su un drone di organo e sulle suggestioni indiane del sitar, suonato da Gualberto García, della rock band andalusa Smash.

È la degna conclusione di un disco che fu capace di scioccare il proprio pubblico di riferimento, finendo col vendere poche migliaia di copie. Lo scorrere del tempo, come talvolta accade, ha però reso giustizia all’autore: oggi almeno la title track, “Volando voy” e “Nana del caballo grande” sono classici noti alla maggior parte del pubblico spagnolo, grazie a una penetrazione capillare della cultura locale.
La visionarietà di quelle incisioni è evidente, basti pensare all’interazione fra basso e batteria nella title track, che con le sue fratture ritmiche sembra anticipare l’elettronica drum’n’bass, o in "La Tarara", che potrebbe fare da base a un brano di hip-hop strumentale (ad esempio, Dj Shadow) di due o tre decenni dopo.
Comprensibile, tutto sommato, che non fosse semplice digerire simili invenzioni nel 1979.

(19/07/2020)

  • Tracklist
  1. La leyenda del tiempo
  2. Romance del Amargo
  3. Homenaje a Federico
  4. Mi niña se fue a la mar
  5. La Tarara
  6. Volando voy
  7. Bahía de Cádiz
  8. Viejo mundo
  9. Tangos de la sultana
  10. Nana del caballo grande




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