Electric Wizard

Dopethrone

2000 (Rise Above) | stoner metal, doom metal, sludge metal

Black chant mirrors the song of the stars
Open the abyss dreamt from afar
Abominations drawn to our dimension
Feed black desires, aid human ascension
Quando nei primi anni 90 band come Kyuss e Sleep codificarono quello che oggi riconosciamo come stoner, nel caso dei primi rock e nel caso dei secondi più vicino al metal, era chiaro che insieme alla secchezza del loro deserto, alle radici blues e all'andamento rallentato, "stoned" per l'appunto, come sotto effetto di una sostanza stupefacente che ottunde i sensi, anche i riff doom metal dei Black Sabbath figurassero tra le influenze fondamentali per la creazione del genere. Era altrettanto chiaro quindi che lo stoner avrebbe potuto evolversi tanto in una direzione quanto nell'altra, tanto verso lidi psych e space-rock, quanto verso terrificanti paludi doom e sludge-metal.
La quadratura del cerchio sul versante metal dello stoner non poteva che avvenire in Inghilterra, per la precisione nel Dorset, per mano di un manipolo di impallinati dei Black Sabbath. La band che avrebbe spinto i riff secchi e sincopati per chitarre dall'accordatura bassa dello stoner verso le loro estreme conseguenze metal sarebbe stati infatti gli Electric Wizard, che si denominarono così proprio fondendo i titoli di due brani della band di Ozzy Osbourne, "The Wizard" ed "Electric Funeral".

Formatasi nel 1993, la band da Wimborne Minster pubblicò il suo primo disco eponimo nel 1995. Si tratta di un lavoro molto solido e lapidario che già mostra alcuni accenti stoner, ma che rimane in tutto e per tutto un disco di doom metal. È due anni dopo, con il micidiale "Come My Fanatics..." che gli Electric Wizard capovolgono le proporzioni della propria ricetta e raggiungono la formula stoner-metal definitiva, punto di partenza per tutti gli esegeti più estremi del genere. In realtà il disco del 1997 sarebbe stato una pietra miliare stoner-metal perfetta, se nel 2000 la band non avesse poi dato alla luce, o forse è il caso di dire alle tenebre, il suo capolavoro assoluto: "Dopethrone".
La musica di "Dopethrone" suona davvero come un vortice di magma rallentato, distorto e pesante come nessuno ancora nel doom aveva osato. È qui, infatti, che la voce da hard-rocker straziato, smarrito in un cosmo dilaniante di Jus Osborn, la sua chitarra, che invece di esplodere implode costantemente come a voler mimare le dinamiche dei buchi neri, il basso gracchiante e marziale di Tim Bagshaw e la batteria sorda e ineluttabile di Mark Greening raggiunsero il loro zenith nichilista e distorsivo.

"Dopethrone" rappresenta anche la summa tematico-ideologica dell'opera della band, risultando un crossover nero come la pece di riferimenti letterario-cinematografici, che condivide con lo stoner classico alcuni dei suoi leit-motiv, estendendosi però verso territori gotici e grotteschi. Sia il titolo del disco, traducibile come il "trono della droga", che l'iconica copertina, raffigurante un mefistofelico figuro cornuto intento a fumare una pipa, rimandano infatti all'utilizzo di sostanze stupefacenti caro al genere. Ancora nella copertina intravediamo una fila di minacciose figure incappucciate, oltre che tortuose e gigantesche architetture da un'altra civiltà; entrambi gli elementi, insieme a numerosi spunti offerti dai testi del disco, rimandano invece alla letteratura terrificante di Howard Phillips Lovecraft. Anche il cinema del terrore è centrale nel disco, che omaggia ad esempio il maestro dell'orrore Wes Craven con l'intermezzo strumentale "The Hills Have Eyes", una fugace e brutale pièce ispirata ai redneck assassini della pellicola omonima.

Ad aprire il deliquio sonoro di "Dopethrone" ci pensa un brano breve ma incisivo, "Vinum Sabbathi", pochi minuti che iniziano le gracchianti, mesmeriche danze di un orrorifico e sconsiderato baccanale che mette a dura prova spirito e udito. L'opener sfocia in uno dei capolavori assoluti dello stoner metal, "Funeralopolis", forse il vertice definitivo del genere, evoluzione finale delle sabbathiane "Hand Of Doom", "Children Of The Grave", "Under The Sun" o "Symptom Of The Universe". Siamo nella necropoli infestata dai fantasmi di una civiltà estinta, disegnata dapprima da un desertico arpeggio blues e poi da un riff tetro e ineluttabile come il passo di un mammuth. Le due figure musicali si susseguono sullo sfondo delle grida brade di Osborn, fino ad arrivare all'assordante finale a base di lancinanti assoli di chitarra heavy metal e flanger che sfibrano la massa sonora fino a non lasciarne nulla.
Poi è subito la volta di uno dei brani più ambiziosi di una carriera, una lunga suite in quattro movimenti (per la durata di oltre un quarto d'ora) intitolata "Weird Tales/Electric Frost/Golgotha/Altar Of Melektaus". I testi immaginifici evocano civiltà aliene strappate al repertorio di "At The Mountains Of Madness" di Lovecraft, mentre la musica è una mutevole cavalcata siderale. Dapprima ci troviamo nel mezzo di un ferroso assalto stoner, poi le accelerazioni hard rock sfociano in un mefitico pantano di sabbie mobili sludge-metal, dove la batteria tonfa sorda come le bracciate di un nuotatore esamine ancora lontano dalla salvifica sponda. Che, va da sé, non raggiungerà mai. Tutto si dissolverà infatti in un maestoso finale dronico, vicino alle sonorità space più claustrofobiche, in cui il tutto collassa su se stesso come una stella morente fino a polverizzarsi del tutto.

Dopo tanta complessità, si arriva a "Barbarian", quasi un singolo in un album tanto oscuro, e "I, The Witchfinder", che giunge devastante come una lenta ma inarrestabile colata di lava, con distorsioni opprimenti, urla filtrate e una sensazione di pura angoscia. Che la musica della band nasca anche da un radicale senso di misantropia o sfiducia nel genere umano, è palpabile in "We Hate You", ma è di certo nella title track che si superano nuovi limiti. Nuovo riff che definire monolitico è riduttivo, sempre a metà tra ritmi doom e sonorità stoner, che porta alle estreme conseguenze le idee della band. Ne esistono due versioni, la prima di venti minuti e una successiva, più breve, di dieci minuti.

Nel cd è presente la bonus track "Mind Transferal", quindici minuti di sperimentazione doom-space che non lasciano spazio ad alcun compromesso: puro caos infernale.

(15/05/2022)

  • Tracklist
  1. Vinum Sabbathi
  2. Funeralopolis
  3. Weird Tales - i. Electric Frost, ii. Golgotha, iii. Altar of Melektaus
  4. Barbarian
  5. I, The Witchfinder
  6. The Hills Have Eyes
  7. We Hate You
  8. Dopethrone
Electric Wizard on web