Nella frenetica industria delle “next big thing” inglesi, il debutto dei
Coral nel 2002 aveva brillato solo della luce effimera di quel quarto d’ora di notorietà “alternativa” concesso ormai anche alle più scialbe formazioni di
post-britpopper.
E invece questo secondo lavoro della band di Liverpool arriva per mostrare, a solo un anno di distanza dalla pubblicazione dell’album omonimo, come i Coral meritino davvero un ascolto più attento rispetto alla congerie di “enfant prodige” che ingombra le pagine delle riviste musicali.
Se infatti il disco d’esordio di questi sei ragazzi appena ventenni appariva alla lunga limitato da una certa voglia di stupire a tutti i costi mescolando generi e stili, “Magic And Medicine” fa dell’equilibrio il proprio vero punto di forza, pur senza rinunciare all’originalità ed all’eclettismo che contraddistinguono il gruppo.
Il timbro magnetico del
frontman James Skelly, con la sua teatrale energia alla
Jim Morrison, rimane anche in questo secondo album l’inconfondibile cifra stilistica della musica dei Coral, capace di trasformare il più classico dei blues in un’esaltante cavalcata o di rendere inaspettatamente densa una soffice ballata.
Il fascino per la musica
sixties permea l’atmosfera dell’album fin dalle prime note di “In The Forest”, in cui gli accordi pieni di calore dell’organo evocano i fantasmi doorsiani di una foresta di disillusione in cui la mente finisce per dissolversi.
Fantasmi destinati ad affacciarsi più di una volta tra le tracce del disco, lasciando trasparire un’oscurità dal sapore vagamente retrò, come nel nostalgico fascino di “Secret Kiss”, eppure mai vittima della trappola del già sentito.
Si entra così nel mondo dai colori morriconiani del singolo “Don’t Think You’re The First”, con tanto di flauti e di ritmica scalpitante, per poi lasciarsi conquistare dagli arpeggi acustici di “Liezah”, che sembra uscire da un sogno psichedelico di
Donovan, mentre “Talkin’ Gypsy Market Blues” è il più trascinante blues
dylaniano apocrifo sentito negli ultimi anni, in perfetto stile “Bringing It All Back Home”.
Tra l’ombra esoterica del mago Crowley, le fantasie zingaresche di una domestica di nome Maria e le colorazioni jazzistiche che irrompono in “Eskimo Lament”, “Magic And Medicine” conserva la propria intima coesione pur senza smettere mai di proporre registri differenti.
Accattivanti e sfrontate al tempo stesso, le melodie dei Coral si insinuano nell’animo con la vitalità delle loro sfaccettature e l’ingenuità indifesa delle loro liriche, come se provenissero da una dimensione fuori dal tempo, in cui
Beck può tranquillamente sedere accanto agli
Animals e ai Love.
Niente effetti speciali o trovate “cool”, insomma, ma solo un suono pulito e cristallino al servizio di una vena compositiva ispirata come poche: forse non “un disco che anche le massaie possono apprezzare”, come si è preoccupato di sottolineare il chitarrista della band, Nick Powers, ma di certo la conferma di un talento che non mancherà di far parlare ancora di sé…