Benché le compilation vengano spesso, e non senza fondamento,
guardate con sospetto dal
target dei musicomani professionisti, per via
dell'intrinseca incapacità di configurare un universo iconico/uditivo omogeneo,
oltre che per la non uniforme qualità dei contenuti, ci tuffiamo in questa
"Condominium" con la migliore delle predisposizioni possibili. L'immaginario
tirato in ballo, che fa riferimento al "Condominium" di Ballard, da cui la
raccolta prende nome, è stuzzicante contesto, utile per costruire una percezione
di senso univoca del lavoro. E così come nel romanzo si assiste a un incremento
sottocutaneo del climax di tensione e violenza, così nelle compilation, che ne
potrebbe esserne ideale colonna sonora, l'inesplosa ma brutale inquietudine
viene man mano e costantemente incoraggiata nell'ascoltatore, come un demone
sotto pelle che risale dalle viscere verso il cervello, inibendo le percezioni,
e rendendo la fruizione sottomessa elusivamente a una sensazione di
straniamento.
Mai come in quest'operazione, pur nella diversità degli
stili, il concept di fondo sembra essere seguito con pedissequa metodicità dagli
artisti, che riescono ad affrescare un paesaggio pregno di angoscia
metropolitana, di carne viva succube della decadente degenerazione della civiltà
post-industriale, di impulsi primari continuamente sopraffatti dalle regole
imposte dall'egemonia incontrastata del pensiero positivo.
Elettronica
viva, che descrive ma che in realtà tenta di scongiurare il fosco futuro
prefigurato da Ballard, questo nell'intenzione concettuale della raccolta, ma se
il disegno può essere inteso come metafora salvifica, la sua realizzazione
riesce invece a condensare l'incubo e renderlo palpabile, come nei tre minuti di
destabilizzante elettro-kraut dei
Tarwater, o nei dronici ectoplasmi
sonori che fanno capolino nel silenzio reiterato di "Bitzen" degli Fm3, o ancora
nella minacciosa "Electric East Instrumental" di Dj Vadim, melmosa cadenza
hip-hop che emerge da cupi fondali ambientali. Architetture aliene,
ambient-techno, come negli
Autechre
più torvi, sono prefigurate nella traccia di "Ether", che sonoramente sembra
rispondere all'intenzione (?) di mostrare un
landscape kraftwerkiano di agghiaccianti sagome
robotiche che si dimenano instabili in un sacco amniotico, in attesa di vedere
luce.
Come da stilemi Morr music, il salentino Populous sublima l'arte
della rarefazione, immergendo cadenze e disturbi elettronici in nebbie di
minacciosa malinconia, mentre i
Mum,
codificando il consueto ed efficace dream-pop elettronico di incastri melodici e
sincopi ritmiche , ci donano una veduta omnicomprensiva del paesaggio,
dall'alto, dove l'immagine è sintesi e confusione al contempo. Non potevano
mancare all'appello i Retina.it, che evocano fantasmi psichici con il sinistro
battito minimale di "Le Buitar", e fa un'ottima figura Claudia Bonarelli con
"Tips For Restless Youth", andando a rimpinguare con pungenti
glitch uno
scarno fluire
minimal-dub.
Un bravo a Mousikelab, nell'operato di
Marco Messina (99 Posse) e dei Retina.it, che ci ha regalato un ulteriore
sguardo sulla dorata putrefazione/prosperità in cui versa la post-moderna
società di massa, attraverso le visioni di un condominio di liberi pensatori
sonori, di pazzie anarcoidi e anarchiche rispetto a qualunque canone di buon
gusto formale, libere da pressioni mercantili, schegge fuori controllo di
primitivistica arte emancipata, così come piace a noi.