PELT - Untitled

2005 (Vhf)
psichedelia

Misterioso e maledettamente statico, il drone del primo

movimento di questa nuova fatica dei Pelt ricorda, a quanti magari nel frattempo

lo avessero dimenticato, che Jack Rose, Patrick Best, Mike Gangloff e il nuovo

arrivato Mikel Dimmick sono ancora tra i maggiori esponenti di una musica

dilatata e psichedelica, alle prese con mondi paralleli e realtà trascendenti.

Attraversati indenni i primi 14 minuti di stasi (quasi uno scoglio il cui

superamento si rivela vitale per un’adeguata assimilazione del disco), il

secondo movimento si presenta con una ricca gamma di accenti e di possibilità

soniche.

La dissertazione indianeggiante di Rose si evolve fino a un

climax da cui scaturisce una nuova oasi di quiete: vibrazioni e cimbali

distillano un’intensità sotterranea, sostenuta da un magico disincanto, una

ritualità sfuggente che s’incammina tra i meandri di una landa sconfinata in cui

si avvertono lontane ondulazioni cosmiche. E’ questo il momento di massimo

interesse del disco, grazie a una scenografia rumorista (o “rumorismo

scenografico”, fate voi) solcata da overtones urlanti e icastiche diagonali di

violino (nell’ultimo movimento a essere fustigato sarà il violoncello di Best),

che aprono una voragine di mistero e sembrano, altresì, voler sconvolgere i

cardini matematici di certo jazz d’avanguardia mediante un gioco di rifrazioni e

di chiaroscuri esoterici. Quello dei Pelt è un universo colmo di simboli da

decifrare. Una traslazione “sonica” di cui ormai i quattro di Richmond appaiono

maestri indiscussi, nonostante alcuni momenti siano intaccati da lungaggini

evitabilissime.

La terza meditazione appare fortemente imbrigliata, come

del resto la prima, in una staticità che difficilmente si presta a mutazioni di

riguardo, abbandonandosi a un flusso di coscienza di ronzii, droni sibilanti,

briciole sparse di rumori e di timbriche fuori fuoco. Un’esperienza di abbandono

e di perdita di sé, in cui il suono non cresce in direzione di uno sviluppo

esterno, quanto, piuttosto, verso un fondale assente in cui si ricongiungono le

invisibili costellazioni dell’anima: umana e universale. Un modus operandi che

si percepisce come tensione emotiva in cui il confronto tra i musicisti, nel

momento stesso in cui la musica viene portata a galla, si rivela essenziale e

decisivo, ma solo nel caso di una perfetta unità di intenti.

La

differenza tra i Pelt e i moltissimi “imitatori” sta proprio in questa grande

capacità “telepatica” di lasciar fluire un suono come fosse una sorgente di

stimoli e di sensazioni in cui la somma delle parti vale più dei singoli

elementi. E, questo, nonostante Rose, con i suoi lavori solisti, abbia ormai

un’influenza notevole, soprattutto in alcuni momenti più “soffici”, in cui la

dimensione sonora indiana è necessariamente percepita attraverso la lente

dell’esperienza di Fahey e di

Basho. Più che un’opera compiuta e perfettamente definita in ogni singola parte,

quindi, questo “Untitled” si presta a essere letto come un’istantanea di un

work in progress , magari rivolto a esiti futuri più consistenti e

sempre più vicini al cuore della “musica eterna”.

30/04/2026

Tracklist

  1. 1. Untitled
  2. 2. Untitled
  3. 3. Untitled
  4. 4. Untitled

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